Umberto Saccone: il legame indissolubile fra terrorismo e criminalità

Proponiamo un’intervista a Umberto Saccone, Presidente di IFI Advisory, pubblicata su “Terrorismo, criminalità e contrabbando – Gli affari dei jihadisti in Europa, Africa e Medio Oriente“. Il volume, presentato lo scorso 8 marzo alla Camera dei Deputati, è realizzato dalla Fondazione ICSA ed edito da Rubbettino Editore.

Considerata la sua passata esperienza di capo della Security dell’Eni, ritiene vi siano attività criminali (traffico di migranti, armi, droga, sigarette, antichità, ecc.) finalizzate al finanziamento del jihadismo nel quadrante nordafricano?

Il nesso tra terrorismo e criminalità organizzata rappresenta, già da alcuni anni, un fenomeno al centro dell’attenzione del mondo accademico e della ricerca in ambito internazionale. È stato ormai accertato che, con la fine della Guerra Fredda e il venire meno dei finanziamenti di alcuni Stati alle organizzazioni terroristiche, queste hanno progressivamente intensificato il loro coinvolgimento nella gestione dei traffici illeciti.

Quali territori sono maggiormente esposti allo sviluppo di questi traffici illegali collegati al terrorismo e quali sono i mercati più remunerativi?

Ciò è particolarmente vero in quei paesi che presentano gravi deficit sotto il profilo della stabilità istituzionale e della capacità di controllo del territorio. Nel caso del Nord Africa è evidente come la Libia, oramai da diversi anni priva di istituzioni unitarie e credibili, sia diventata l’epicentro di traffici illeciti che coinvolgono gli Stati vicini e la stessa Europa, e che alimentano un circolo vizioso di illegalità, instabilità e diseguaglianze. Tra i mercati più lucrativi vi è il contrabbando del petrolio, gestito da organizzazioni criminali e terroristiche, colluse con milizie locali e con alcuni elementi delle forze di sicurezza, tramite società fittizie registrate all’estero (in diversi casi hanno sede legale a Malta). In seguito alla sconfitta dello Stato Islamico sul piano militare convenzionale, è verosimile ipotizzare che tale fenomeno possa ulteriormente accentuarsi, assumendo modalità sempre più strutturate.

Quali sono le principali rotte geografiche dei traffici illeciti con cui si alimenta il terrorismo islamista in questa area geografica?

Le rotte dei traffici illeciti tendono a sovrapporsi e vedono il coinvolgimento di numerosi attori locali. Nel caso del Nord Africa, il principale hub è rappresentato certamente dalla Libia. Volendo sintetizzare, è possibile identificare due direttrici principali: una sud-occidentale, che collega il Niger al Fezzan sud-occidentale, e una occidentale, che si snoda attraverso le località di Ghat e Ghadames. La prima rotta è gestita prevalentemente dalla tribù dei Tebu, marginalizzata a livello politico ed economico durante l’era Gheddafi, ma capace di sottrarre ai Tuareg (loro principali rivali) la gestione di traffici molto lucrativi, in particolare quello di esseri umani. Questi traffici passano attraverso il valico di Tumu, al confine con il Niger, e risalgono verso nord, sino alla località di Sebha, principale hub regionale dei commerci illegali. Sebha si trova circa 770 chilometri a sud di Tripoli e rappresenta la capitale del Fezzan, oltre che il più importante epicentro dei traffici di esseri umani che si svolgono lungo la direttrice meridionale.

A ovest, i traffici illeciti si snodano attraverso le località di Ghat e Ghadames, entrambe a ridosso del confine algerino. Ghat è controllata da milizie Tuareg, collegate a quelle che risiedono nel nord del Mali e nel Niger. Da qui, i contrabbandieri trasportano i loro carichi fino a Sebha. Ghadames, che si trova più a nord, vicino al confine con la Tunisia, è invece controllata dalle brigate Zintani, incaricate di ‘scortare’ i carichi di esseri umani (e non solo) fino alla costa.

La costa nord-occidentale della Libia (che si estende dalla località di Zuwara verso est a Tripoli) è il cuore dei traffici illeciti verso l’Europa, in particolare quelli di esseri umani, poiché è da qui che partono le imbarcazioni che trasportano la maggior parte dei profughi. Al momento, parti significative della fascia costiera cadono fuori dal controllo del governo di accordo nazionale sostenuto dall’Italia e dalla maggior parte dei paesi occidentali. Nella stessa Tripoli, vi sono varie milizie in grado di esercitare una notevole influenza, sottraendosi al controllo delle istituzioni nazionali.

Jihadisti e mafie nostrane: esistono, allo stato presente, prove di connessioni e convergenze di interessi nel quadrante nordafricano?

Allo stato attuale, non si può forse parlare di prove schiaccianti di una collaborazione estesa e strutturata, bensì di indizi che fanno supporre l’esistenza di punti di contatto, anche se indiretti e isolati.

Ciò anche in ragione della difficoltà di distinguere nettamente tra terrorismo e criminalità in paesi come la Libia ove, come accennavo poc’anzi, questi due ambienti appaiono sempre più indissolubilmente intrecciati.  

In passato, più volte sono stati evidenziati possibili contatti tra elementi jihadisti e formazioni della criminalità organizzata che dall’Italia hanno saputo espandere in misura significativa il loro raggio d’azione e la loro influenza, sino ad abbracciare teatri caratterizzati dalla presenza dello Stato Islamico, di al-Qaeda e di altri gruppi terroristici. In particolare, possibili legami sarebbero emersi nella gestione dei traffici di droga, armi ed esseri umani, e nella produzione di documenti falsi.

In un’intervista rilasciata a marzo di quest’anno, il capo del dipartimento investigativo dell’ufficio del procuratore generale di Tripoli, Saddik al-Sour, soffermandosi proprio su questo fenomeno, ha rivelato che da ottobre 2017 è stato attivato uno specifico meccanismo di cooperazione con le autorità italiane, finalizzato proprio al contrasto del terrorismo e della criminalità organizzata transfrontaliera.

Riguardo i meccanismi di finanziamento del terrorismo jihadista, quali strategie di contrasto possono rendersi utili da parte della Libia, dello Stato italiano e dell’Unione Europea?

Il finanziamento al terrorismo jihadista non può essere considerato un fatto astratto rispetto alla situazione geopolitica dell’area. Pensare che il problema libico possa essere circoscritto alla Libia ed incidere solo sulle dinamiche interne di quel paese è di fatto un errore. Sul paese gravitano interessi regionali e internazionali tra loro divergenti ed in contrapposizione. Penso all’Algeria, all’Egitto, alla Turchia, al Qatar, che guardano alla Libia come teatro di confronto.

A livello internazionale, la narrazione riguarda le grandi potenze, USA, Russia, Europa e Cina, che incidono sul paese attraverso i loro rispettivi partner regionali. Penso che senza un’operazione concertata tra le grandi potenze (apparentemente estremamente difficile da realizzare), la sola Europa e, a maggior ragione, la sola Italia, siano del tutto inefficaci. In sintesi, allo stato, senza nuovi fattori che possano incidere sugli attuali equilibri, saremo costretti per lungo tempo a confrontarci con una situazione di persistente instabilità. 

Quali conseguenze sta producendo sul Nord Africa il dissolvimento dell’Isis in Siria e Iraq?

Le sconfitte dello Stato Islamico in Siria e Iraq hanno verosimilmente contribuito a ridurre la minaccia terroristica, almeno nel medio-lungo periodo. Ciò in virtù della declinante capacità del sedicente Califfato in termine di appeal e, di conseguenza, sul piano del reclutamento di risorse umane e finanziarie. Tuttavia, nel breve periodo, ciò potrebbe tradursi in un aumento della minaccia nei paesi che più degli altri hanno contribuito a ingrossare le fila dello Stato Islamico in questi anni. Si pensi, ad esempio, alla Tunisia, che ha visto partire circa 3.000 persone verso i principali teatri della jihad (900 delle quali avrebbero già fatto rientro in patria), e al Marocco, paese che ha contribuito con oltre 1.600 persone.

A suo avviso, dunque, la minaccia terroristica toccherebbe soprattutto i paesi di origine degli elementi reclutati?

Sebbene non sempre tali elementi costituiscono una minaccia diretta per il loro paese di appartenenza, è evidente come tale fenomeno meriti di essere monitorato con estrema attenzione e possa avere riflessi sul piano della sicurezza (tramite un’intensificazione delle attività di reclutamento o attacchi compiuti sfruttando l’expertise maturata sul terreno). Il fenomeno dei foreign fighters è più contenuto negli altri Stati nordafricani: secondo i dati più aggiornati, sia dalla Libia sia dall’Egitto sarebbero partite circa 600 persone, mentre l’Algeria avrebbe contribuito con ‘appena’ 170 uomini. In quest’ultimo caso, è evidente come l’esperienza maturata durante il cosiddetto ‘decennio nero’ abbia consentito alle autorità di Algeri di contenere con maggiore efficacia tale fenomeno.  

Dal punto di vista della sicurezza nazionale, quali misure di contrasto alla minaccia jihadista sono ancora da implementare? Quali ostacoli si frappongono alla loro attivazione e attuazione?

Pensare alla sicurezza nazionale senza fare una seria riflessione su quanto siamo disposti a cedere in termini di libertà appare in un certo senso demagogico. In un tessuto articolato e ormai punteggiato da enormi differenze sociali che l’immigrazione e la povertà hanno inevitabilmente portato con sé, le parole d’ordine sono: integrazione e regole.

Un progetto di integrazione di tutte le istanze, quelle delle fasce sociali meno abbienti e quelle di chi ha scelto la libertà venendo da noi, che deve essere concertato, trasformato in norme certe e poi applicato. Altre strade non le vedo senza pensare a derive pericolosissime per la nostra stessa sopravvivenza. Mi sembra che il tempo stia per scadere se non diamo risposte organiche a quelle che sono le negative vibrazioni che stanno pervadendo tutta la nostra comunità e che lasciano intravedere minacce incombenti.

Indagini recenti (come ad esempio quella della Dda di Palermo su un’organizzazione italo-tunisina implicata nel contrabbando di sigarette, che trasportava migranti, nonché verosimilmente anche jihadisti, su potenti gommoni d’altura) hanno messo in luce la possibilità che le rotte del contrabbando, del traffico dei migranti e dei flussi terroristici possano intrecciarsi e sovrapporsi. Dal suo punto di vista, quanto è estesa questa minaccia alla sicurezza del nostro Paese e dell’Unione Europea?

I traffici illeciti tendono a sfruttare rotte già battute, dunque la minaccia c’è ed è concreta. D’altra parte, lo stesso Ministro Minniti ha di recente messo in guardia dal rischio che combattenti dello Stato Islamico possano giungere in Italia con i barconi dei migranti. Si tratta, a ben vedere, di un’eventualità affatto irrealistica. È per questo motivo che è necessario un impegno dell’Italia, dell’Europa e di tutta la comunità internazionale per evitare che la Libia si trasformi in una nuova Siria. Da alcuni mesi, dopo la liberazione di Sirte, le cellule jihadiste stanno tentando di riorganizzarsi nel sud del paese, sfruttando contatti con le tribù e le milizie locali. Qualora il quadro politico dovesse ulteriormente deteriorarsi, ad esempio in caso di un’avanzata delle forze guidate da Haftar verso l’ovest del paese o di decesso del Generale libico, non è escluso che tali formazioni tentino nuovamente di assumere il controllo diretto di alcune porzioni di territorio. In tal caso, le conseguenze per la sicurezza dell’Italia e del resto dell’Europa sarebbero estremamente gravi. Occorre, dunque, trovare una posizione comune ed esercitare pressioni a livello diplomatico ed economico, per convincere i principali attori locali, regionali e globali a negoziare un accordo credibile e realistico. Tuttavia, come ho già detto, almeno per il momento, stento a vedere all’orizzonte la possibilità di una reale convergenza di interessi oggi molto distanti, talvolta diametralmente opposti.

Spesso gli attacchi terroristici in Europa, di per sé poco dispendiosi sul piano economico, vengono verosimilmente finanziati mediante reati minori (contraffazione di merci, pirateria, furti, rapine, ecc.). La lotta al finanziamento del terrorismo non può dunque prescindere dal contrasto alle forme di microcriminalità che supportano le azioni terroristiche. Qual è la sua opinione in proposito?

Negli ultimi anni, la minaccia terroristica si è fatta sempre più capillare e pervasiva. Rispetto al passato – quando il rischio principale era quello di attacchi di alto profilo, anche contro obiettivi ben protetti – oggi nella maggior parte dei casi, le azioni di carattere terroristico risultano, se vogliamo, molto meno ambiziose. Si tratta, spesso, di attacchi di basso profilo, frutto di opportunità contingenti, non tanto di una minuziosa e faticosa pianificazione. Come correttamente sottolineato, tali azioni vengono spesso finanziate da reati minori. Ciò comporta diverse criticità: innanzitutto, questo modello ha messo in crisi il paradigma sintetizzabile con la nota espressione ‘follow the money’, basato sull’assunto che, impendendo ai terroristi di accedere al sistema finanziario globale si potesse in qualche modo neutralizzare o, perlomeno, indebolire tale minaccia. Oggi, infatti, il monitoraggio dei flussi finanziari internazionali, sebbene ancora necessario, deve auspicabilmente essere affiancato da misure di altra natura. Penso, ad esempio, alla necessità di rafforzare le sinergie tra forze di polizia locali e agenzie antiterrorismo, allo scopo di ampliare ulteriormente le capacità di monitoraggio e intercettazione di segnali che, altrimenti, rischiano di restare inosservati. Si tratta, com’è ovvio, di un’attività che richiede tempo e sforzo da parte di tutti gli attori coinvolti, ma che l’evoluzione della minaccia terroristica ha reso oramai non più procrastinabile.

Sul piano della criminalità organizzata transfrontaliera ritiene si stiano compiendo sforzi di monitoraggio e contrasto sufficienti?

Il contrasto alla criminalità organizzata transfrontaliera richiede una più intensa collaborazione tra le autorità di tutti i paesi interessati dal fenomeno. Tuttavia, nel caso di Stati deboli come la Libia, ciò non può prescindere da un supporto della comunità internazionale alle istituzioni locali, oggi sprovviste degli strumenti necessari a garantire un efficace controllo del territorio.

Questa necessità di implementare la collaborazione tra autorità di tutti i paesi contro la minaccia jihadista va affrontata anche sul piano dell’accessibilità al web? Alcune indagini confermano collegamenti duraturi tra soggetti residenti in paesi diversi ma collegati costantemente on line per pianificare attività operative comuni.

Negli ultimi anni, è stata intensificata la collaborazione tra le varie agenzie di intelligence europee, ma la strada da percorrere è ancora lunga. Diversi attentati compiuti in questi ultimi anni sono stati resi possibili proprio dall’assenza di meccanismi di condivisione delle informazioni relative a individui sospetti, talvolta anche tra organismi appartenenti a uno stesso paese, penso agli attacchi di Bruxelles. In secondo luogo, un’efficace azione di contrasto alla minaccia terroristica non può prescindere da un rafforzamento dei meccanismi di cooperazione con gli Stati della sponda sud. Come è stato più volte sottolineato anche da autorevoli figure istituzionali, il confine dell’Europa si è in questi anni spostato sempre più a sud, rendendo necessaria una maggiore attenzione dell’Italia e degli altri paesi del continente verso teatri a lungo trascurati. Credo che nei prossimi anni, la sfida del terrorismo si giocherà in buona parte nel Sahel, area caratterizzata da dinamiche estremamente complesse, e ritengo, a questo proposito, che l’impegno italiano in Niger possa aiutare il paese a contrastare più efficacemente le minacce provenienti da quell’area. Tuttavia, tale missione deve necessariamente inserirsi in una strategia di più ampio respiro, che coniughi gli interessi nazionali con una visione di sviluppo e rafforzamento della governance nei paesi della sponda sud del Mediterraneo.