Libia: scontri armati nei pressi di Tripoli

Overview

Nella notte tra il 3 e il 4 aprile 2019 l’Esercito Nazionale Libico (ENL) guidato dal Generale Khalifa Haftar ha preso il controllo di Garian, cittadina situata a circa 80 km a sud di Tripoli, dopo essersi scontrato con le milizie fedeli al Governo di Accordo Nazionale (GAN) poste a protezione della città. Tale escalation militare si inserisce nel più generale quadro della recente (gennaio 2019) operazione lanciata da Haftar nel sud-ovest della Libia, che, risalendo verso nord, ha consentito all’ENL di avvicinarsi progressivamente all’area di Tripoli. 

Il 4 aprile Haftar ha quindi annunciato una nuova operazione militare per la liberazione della capitale dai diversi gruppi terroristici presenti nell’area (stessa terminologia utilizzata in passato sia per Bengasi che per Derna e, più recentemente, per la campagna condotta a gennaio nell’area del Fezzan), chiedendo contestualmente ai miliziani e agli abitanti della capitale di deporre le armi per garantire lo svolgimento delle operazioni senza un’ulteriore escalation degli scontri armati.

In risposta all’azione militare di Haftar si è assistito alla mobilitazione di tutte le milizie e le forze di polizia afferenti al GAN. In una riunione d’emergenza degli alti vertici tripolini nella notte tra il 3 e il 4 è stato predisposto il completo dispiegamento delle forze di terra e di aria a loro disposizione, decisione a cui ha fatto seguito la proclamazione (4 aprile) dello stato di emergenza in tutta l’area della città.

Nei giorni immediatamente successivi, le forze di Haftar sono progressivamente risalite verso nord sino a circondare la capitale, con un conseguente aumento degli scontri armati nelle aree ad essa limitrofe. Sebbene le notizie siano spesso contrastanti, si sarebbero registrati scontri ad al-Azziya (distretto di Jafara) e al checkpoint 27, punto strategico sulla strada costiera tra Tripoli e Zawiya, presso il quale le forze di Haftar sarebbero state respinte dalle milizie tripoline. Tra il 5 e il 6 aprile sono stati segnalati scontri anche nell’area sud della capitale Qasr bin Ghashir e presso l’Aeroporto Internazionale di Tripoli (TIP), chiuso dal 2014, volti ad assumerne il controllo. Si sono registrati, inoltre, diversi raid aerei condotti da entrambi gli schieramenti tra cui si segnala quello dell’8 aprile contro l’aeroporto di Mitiga (situato a est di Tripoli) a seguito del quale lo scalo è stato temporaneamente chiuso per poi tornare parzialmente operativo (per i voli notturni) il giorno successivo. 

Il 7 aprile, il GAN ha annunciato il lancio di una controffensiva, soprannominata Operazione “Volcano of Anger” (Vulcano di Rabbia), finalizzata a difendere Tripoli e a neutralizzare la minaccia posta da gruppi definiti aggressori e illegittimi. In generale, la concreta efficacia della controffensiva dipenderà dalle capacità militari di risposta delle milizie tripoline e soprattutto dalla tenuta dell’unità del fronte.

In questo quadro segnato da forte precarietà è iniziato il progressivo ritiro delle forze militari e degli operatori economici stranieri presenti in Libia: il 7 aprile gli Stati Uniti hanno richiamato dalla Libia il proprio contingente schierato a supporto della missione che fa capo al Comando Africom. Inoltre, il 6 aprile anche l’ENI ha evacuato come misura precauzionale, in accordo con il Ministero degli Esteri Italiano, il proprio personale presente nell’area presso il giacimento petrolifero di Wafa e in quello di el-Feel.

Si segnala, inoltre, che l’8 aprile la Federal Aviation Administration (USA) ha sospeso tutte le operazioni di volo per i vettori statunitensi nello spazio aereo libico, mentre l’Agenzia europea per la Sicurezza Aerea ha emanato un bollettino per rischio “alto” a causa della situazione di sicurezza esistente nel paese.

Sebbene nelle ore immediatamente successive all’inizio della crisi militare si sia attivata l’opera di mediazione delle Nazioni Unite, condotto sia dal Segretario Generale, António Guterres, sia dall’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamé, non si registra il raggiungimento di risultati significativi dal punto di vista diplomatico (è fallito anche il tentativo di una tregua di poche ore per l’evacuazione dei civili da Tripoli).

Situazione sul campo (7 aprile 2019). Fonte Twitter (Dzsihad Hadelli, @dhadelli)

Assessment

L’uso o la minaccia dell’uso della forza rimangono per Haftar la principale carta negoziale nella contrattazione politica soprattutto poiché consentono di rendere manifesta agli altri attori, interni ed esterni, coinvolti nella crisi libica, le posizioni che il Generale è riuscito a raggiungere negli ultimi anni, costringendoli a prendere atto del suo ruolo quale effettivo protagonista della scena libica. A dettare le azioni militari di Haftar resta, infatti, sovente la dicotomia che si registra tra l’effettiva presenza sul terreno e la mancanza di riconoscimento e dunque di influenza a livello politico.

Non appare un caso, infatti, che l’accelerazione della crisi di Tripoli sia temporalmente coincisa con l’avvicinarsi della Conferenza nazionale che si sarebbe dovuta tenere dal 14 al 16 aprile a Ghadames sotto l’egida delle Nazioni Unite (successivamente rimandata sine die da Salamé a causa dei combattimenti in corso).

La presa di Tripoli da parte di Haftar, o anche solo la minaccia di tale possibilità, potrebbe permettere, infatti, al Generale di sedersi al tavolo delle future trattative in una condizione di netta superiorità rispetto alle forze rappresentate da Serraj e, in definitiva, di imporre la propria posizione nel processo negoziale. In generale l’operazione militare appare, in una visione strategica, come un mezzo per poter spingere le Nazioni Unite e tutti gli attori terzi coinvolti nelle vicende libiche ad accettare la sua nomina come Comandate Supremo di un futuro esercito libico così da divenire il protagonista indiscusso della ricostruzione dell’apparato istituzionale e statale libico.

Sebbene negli ultimi mesi l’atteggiamento di Haftar sia apparso sempre più assertivo e determinato a imporsi come soggetto cardine degli equilibri politico-militari del Paese soprattutto attraverso l’uso dello strumento militare, la fluidità del quadro di sicurezza libico e le informazioni al momento disponibili non permettono di assicurare con certezza la realizzazione dell’operazione militare delle Forze dell’ENL verso Tripoli.

Probabilmente il piano iniziale di Haftar prevedeva la conquista della capitale senza dare il via ad uno scontro militare su larga scala, ma facendo leva sulla fluidità delle posizioni delle milizie tripoline e contrattando singolarmente con esse un eventuale cambio di schieramento (seguendo il medesimo modus operandi utilizzato nella recente operazione militare nel sud del paese). Tuttavia, le milizie di Tripoli appaiono intenzionate a respingere l’avanzata di Haftar, elemento che ha dunque innescato un conflitto di più ampia portata con un netto peggioramento del quadro di sicurezza.

In questa situazione di stallo Haftar potrebbe anche cercare di fare pressione sul GAN non direttamente attraverso la città ma minacciando le infrastrutture petrolifere che fanno riferimento alla National Oil Corporation (NOC) e dei cui ricavi continua a beneficiare il GAN.

La situazione sul terreno appare inoltre condizionata da almeno altri due elementi con riferimento all’ENL: le forze guidate da Haftar, per quanto siano evidentemente quelle più strutturate nel paese, non si presentano come un esercito tradizionale ma sono anch’esse un’alleanza di milizie di vario tipo unite da interessi tribali, locali, religiosi e politici e coagulatesi intorno ad un nucleo centrale diretto da Haftar. Questo “esercito” ha del resto progressivamente integrato forze sempre più eterogenee tramite il meccanismo della cooptazione: mantenere funzionale e organizzato un simile apparato armato e far convergere al suo interno nuove milizie richiederebbe un continuo afflusso di denaro che è condizionato soprattutto dall’appoggio di attori terzi esterni alla Libia (le capacità finanziarie dell’ENL rimangono, infatti, fortemente dipendenti dal supporto esterno fornito soprattutto da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Arabia Saudita e Russia). Per i sostenitori internazionali di Haftar, inoltre, potrebbe divenire sempre più difficile giustificare l’operazione lanciata dal Generale poiché essa non si rivolge a gruppi o fazioni terroristiche, come quelle condotte nel passato, ma ha come obiettivo diretto il governo riconosciuto formalmente dalla comunità internazionale (e anche da alcuni degli stessi attori che supportano Haftar).

La fragilità dell’ENL, sia dal punto di vista della sua struttura entico-tribale sia dal punto di vista economico, potrebbe emergere in maniera evidente qualora lo scontro nell’area di Tripoli dovesse prolungarsi. Da valutare, inoltre, resta la conoscenza effettiva che le forze di Haftar hanno del terreno in cui si sta combattendo, la Libia occidentale, sul quale evidentemente risultano invece maggiormente a proprio agio le forze tripoline.

Infine il progressivo ricollocamento delle forze di Haftar in Tripolitania potrebbe lasciare parzialmente scoperte le zone dell’est e del sud. Nello specifico, il lancio dell’operazione contro Tripoli potrebbe comportare un ampliamento dell’attuale margine di manovra delle milizie rivali e dei gruppi legati al terrorismo di matrice jihadista. Tale considerazione sembrerebbe confermata dall’azione del 9 aprile rivendicata dallo Stato Islamico (Islamic State – IS) a al- Fuqaha (distretto di Jufra, Fezzan) nel corso della quale il gruppo ha attaccato per diverse ore la città (già interessata da un simile episodio nell’ottobre del 2018) uccidendo tre civili (secondo diverse fonti vicini ad una milizia pro-Haftar) e dando alle fiamme diverse abitazioni.

Comunicato ufficiale dello Stato Islamico relativo all’operazione effettuata ad al-Fuqana

Sul fronte opposto, quello tripolino, restano invece da valutare le reali capacità da parte delle forze a presidio dell’area di difendere concretamente il territorio della capitale. Del resto, la fragilità delle alleanze che fino a questo momento hanno tenuto insieme le diverse milizie tripoline, non permette di escludere la possibilità di una spaccatura del fronte pro-Serraj, con conseguenze dirette sul quadro di sicurezza di tutta l’area.

Nel dicembre del 2018 le principali milizie operative a Tripoli, il Battaglione dei Rivoluzionari di Tripoli (Tripoli Revolutionaries Brigade – TBR), guidato da al-Tajouri, la Brigata Nawasi, la Rada-Special Deterrence Force (guidata da Abdel Rauf Kara) e la Forza centrale di sicurezza Abu Salim (guidata da Abdul-Ghani ‘Ghneiwa’ Al-Kikli), si sono unite in un’unica struttura denominata “Tripoli Protection Forces” (TPF). La fusione organizzativa di queste milizie, tuttavia, non ha significato l’integrazione ideologica e soprattutto l’omologazione degli interessi perseguiti dalle milizie componenti il TPF, le quali restano anzi caratterizzate da posizioni e approcci spesso differenti e contrapposti (ad esempio le TBR sono schierate su posizioni meno nette con riferimento al rapporto con Haftar rispetto alla Brigata Nawasi o alla Rada). Più che di una alleanza, infatti, sarebbe opportuno parlare di un accordo sulla base di interessi comuni riconducibili, in ultima istanza, ad una spartizione del controllo territoriale che potrebbe continuare a funzionare fintantoché le condizioni di base rimangano sostanzialmente invariate. Una variazione dello status quo potrebbe portare ad una rivalutazione da parte delle singole milizie del TPF dell’accordo di dicembre.

Del resto, il panorama delle milizie tripoline non si esaurisce certamente in quelle rappresentante nel TPF. Al di fuori di questo accordo, si muove infatti una serie di altre milizie che potrebbero, sulla base di calcoli di interesse, cambiare fronte inserendosi in quel meccanismo di cooptazione originariamente pensato da Haftar. Ci si riferisce in particolare alla Settima Brigata di Tarhouna, guidata dai membri della famiglia al-Kani, la quale, sebbene associata al GAN dal 2017, è risultata tra le milizie maggiormente penalizzata nei processi di spartizione del potere e del controllo territoriale nell’area di Tripoli. Tale marginalizzazione ha già spinto la Settimana Brigata a rivoltarsi (a partire da agosto 2018) contro la gestione politica di Serraj e a scontrarsi con le milizie allineate con il GAN.

In questo contesto, inoltre, anche le milizie di Misurata e di Zintan giocheranno un ruolo cruciale: nonostante l’iniziale coerenza delle due forze considerate, progressivamente anche gli interessi degli attori armati di Misurata e di Zintan, potrebbero andare diversificandosi in un contesto di generale ristrutturazione nel panorama delle alleanze e degli obiettivi. Altre forze da considerare nell’area sono quelle legate a Salah Badi, comandante della Brigata al-Sumood, e quelle fedeli all’ex primo ministro Khalifa Ghwell, le quali, sebbene rimangano nella sostanza contrarie al generale Haftar, non hanno mai nascosto la loro avversione anche nei confronti di Serraj, del GAN e delle milizie di Tripoli.

Nel frammentato e contraddittorio panorama delle milizie tripoline, dunque, Haftar potrebbe progressivamente diventare un’opzione allettante per quei gruppi che hanno già tentato in passato di sfidare la leadership di Serraj e del GAN, per quelli che vogliono aumentare il proprio potere e per quelli che avendo interesse a preservare le posizioni conquistate potrebbero percepire un allineamento con Haftar come il miglior modo per farlo.  In questo contesto, infatti, è importante sottolineare come, in Libia, vi sia un fattore psicologico, derivante in larga parte da talune politiche messe in campo negli anni del regime gheddafiano, che ha un’influenza talvolta decisiva sul processo di decision-making degli attori locali: il timore della marginalizzazione. Qualora Haftar dovesse essere percepito come il vincitore ultimo della partita che si sta giocando in Tripolitania, i diversi gruppi del panorama libico, a prescindere dallo schieramento attuale, potrebbero essere spinti a riconoscere Haftar come proprio leader nel timore di restare vittime di un rinnovato processo di marginalizzazione nel breve-medio periodo.

A prescindere dalla reale conquista di Tripoli, dunque, l’operazione lanciata da Haftar avrà indubbie conseguenze sulla stabilità del meccanismo delle alleanze nella Tripolitania, più o meno finora relativamente identificabili, potendo concretamente comportare un mutamento nei sodalizi e nelle collaborazioni così come oggi esistenti sia a Tripoli sia, più in generale, in Tripolitania. Un riposizionamento delle milizie nel quadro delle alleanze esistenti avrebbe la conseguenza di indebolire ulteriormente il GAN, la cui legittimità e stabilità sono apparsi con il tempo sempre più fragili, e di sconvolgere contestualmente il precario status quo finora esistente, generando processi talmente fluidi da non poter essere immediatamente valutabili.

Qualora, dunque, il meccanismo delle alleanze dovesse finire per giocare a favore di Haftar, la strategia della cooptazione comincerebbe a dare i propri frutti e potrebbe far ottenere ad Haftar non solo l’obiettivo contingente, la presa di Tripoli, ma anche quello più generale che riguarda, come detto, il suo protagonismo assoluto nei futuri negoziati per la pacificazione della Libia.