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Umberto Saccone su “Il Sole 24 Ore”: troppe leggi e pochi investimenti per frenare i sequestri all’estero.

Umberto Saccone su “Il Sole 24 Ore”: troppe leggi e pochi investimenti per frenare i sequestri all’estero.

Riproponiamo l’articolo pubblicato oggi, 12 aprile 2019, su Il Sole 24 ore, a firma di Marco Ludovico.

L’incubo di un sequestro all’estero: se ne parla sempre dopo. Prima, quasi mai. I casi più o meno drammatici però si ripetono. Sempre di più. Proprio ieri l’Aise ha liberato l’imprenditore Sergio Favalli, rapito in Nigeria (si veda la fotonotizia in pagina) il 30 marzo. Altri ostaggi sono ancora prigionieri. E alcuni scenari diventano sempre più rischiosi. Come la Libia: nel conflitto continuo tra Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar, l’Isis di nuovo minaccioso e le difficoltà di una soluzione a breve, i rischi per i dipendenti italiani in territorio libico sono in rapida crescita.

Ma una strategia di fondo contro la minaccia di rapimenti non c’è. Eppure l’Italia ha dimostrato in tempi non così lontani, parliamo degli anni 70 e 80 del secolo scorso, di saper eliminare una volta per tutte i rapimenti di persona a scopo di estorsione sul territorio nazionale. Erano diventati decine l’anno, sono scomparsi.

Allora, osserva Umberto Saccone nel volume di prossima pubblicazione Protocollo S, per i sequestri all’estero abbiamo il dovere di riuscire a definire, se non una soluzione definitiva, quantomeno un metodo efficace. In grado, prima o poi, di scoraggiare e debellare il fenomeno.

Saccone, 68 anni, oggi presidente della società di consulenza Ifi Advisory, è un veterano a tutti gli effetti. Ex ufficiale dei carabinieri, una lunga carriera al Sismi (come si chiamava prima l’Aise), nel 2006 approda e per otto anni è capo della direzione security dell’Eni. Con Protocollo S ha analizzato la casistica dei sequestri avvenuti finora. Una sequenza impressionante. Una catena da spezzare al più presto. C’è stato «un numero spaventoso di soggetti» coinvolti. «Dal 2001 al 2018 sono stati 126 connazionali, 108 uomini e 18 donne. Un totale di prigionia di 7.926 giorni ovvero – fa notare Saccone – per i nostri connazionali più di 21 anni di lavoro per la diplomazia, l’intelligence, la polizia giudiziaria e la magistratura».

Difficili da quantificare, i costi per l’erario sono stati comunque enormi. La durata è variabilissima: sequestri lampo, come Vito Macrina, due giorni, o Modesto Di Girolamo, cinque giorni. E molto lunghi come Giovanni Lo Porto, 1.092 giorni, e Sergio Zanotti, 1.086 giorni, quest’ultimo liberato l’8 aprile scorso sempre grazie agli agenti dell’Aise al comando del generale Luciano Carta. Ogni rapimento è una storia a sé. Lo Stato fa la sua parte, ma la politica si divide nell’annoso dibattito sull’opportunità del pagamento dei riscatti. La ricostruzione di tutte le vicende di sequestro, tuttavia, mette a fuoco le dinamiche possibili. Anche in previsione di nuovi, probabili episodi. Non deve mancare neanche una visione complessiva del fenomeno: le statistiche fanno paura. Stime globali parlano di una cifra tra i 20mila e i 35mila casi all’anno, un giro di affari attorno ai 500 milioni di euro, la distribuzione per regioni dove è altissima la concentrazione nelle Americhe e Asia-Pacifico, circa il 70%, in vetta Venezuela e Messico. E lo scopo di estorsione di gran lunga più in alto dei motivi ideologici.

Ma l’analisi di Protocollo S è soprattutto strategica. Sottolinea due punti critici dalle conseguenze devastanti. Come si è visto e rivisto in questi anni. Il primo punto è tipico della cultura giuridica italiana in diversi esempi:
un groviglio, un caos. Sui sequestri, infatti, abbiamo «un quadro normativo disarticolato in fonti di rango differente e, in larga parte, privo di una carica afflittiva adeguata a sanzionare violazioni che incidono su beni primari come la vita umana, la stabilità delle imprese private e, circostanza non banale, il pubblico erario». Saccone lo ripete da anni insieme ai suoi colleghi dell’Aipsa, l’Associazione italiana professionisti security aziendale presieduta da Andrea Chittaro.

Il secondo punto attiene a quanto si investe in sicurezza: le imprese italiane impegnate in teatri esteri spendono molto meno della media europea e, ancor di più, di quella statunitense. Un andamento inversamente proporzionale, un paradosso insomma, visto che «il business delle imprese italiane all’estero, specie quello in contesti critici, è costantemente in crescita, anche in ragione delle difficoltà incontrate sul mercato domestico». Impossibile per il libro non citare il caso Bonatti: presidente della società e due membri del cda sono stati condannati in primo grado «a una pena detentiva per il reato di cooperazione colposa nel delitto doloso collegato alla morte di due dei quattro tecnici rapiti nel luglio 2015 in Libia» e, ricorda il libro, secondo la sentenza «i vertici della Bonatti dovevano e potevano fare, ma non hanno fatto». Nonostante la strenua mediazione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte tra Haftar e al-Sarraj, insieme all’Aise, l’incidente in Libia può avvenire in qualunque momento. L’organizzazione di un presidio adeguato di security in ogni azienda, come ricorda Saccone, non può più attendere.