Colombia: proteste sociali e possibili sfide sul piano della sicurezza

A partire dal 21 novembre 2019 la Colombia è interessata da proteste e manifestazioni contro le politiche dell’attuale governo in tema di occupazione, previdenza e sicurezza. Le dimostrazioni appaiono concentrarsi principalmente nei maggiori centri urbani del paese tra cui la capitale Bogotá, Cali, Medellin e Cartagena e, in diversi casi, sono state accompagnate da atti di violenza, vandalismo e scontri con le forze di sicurezza (intervenute spesso con la forza per sedare le proteste). Nonostante l’immediata apertura al dialogo da parte del Presidente Dunque, le manifestazioni hanno visto una nuova spinta propulsiva il 26 novembre, in seguito al decesso di Dilan Cruz, ragazzo ferito a morte da un candelotto lacrimogeno sparato da un agente di polizia.

Sulla scia delle mobilitazioni attualmente in corso nella regione dell’America Latina, i manifestanti colombiani protestano in linea generale contro le politiche neo-liberali dell’esecutivo. In particolare, tra le richieste dei promotori della mobilitazione figurano il ritiro della riforma tributaria attualmente in Congresso, il ritiro della riforma delle pensioni nonché lo smantellamento dell’Esmad – l’unità mobile antisommossa – accusata di eccessivo uso della violenza. In questo contesto, gli organizzatori delle manifestazioni, di cui fanno parte sigle sindacali, studentesche e rappresentanti delle comunità indigene, hanno chiamato a uno sciopero a tempo indeterminato a seguito dell’indisponibilità esplicitata dal presidente Duque riguardo potenziali concessioni che vadano in direzione delle rivendicazioni dei manifestanti. Tuttavia, i continui disordini che stanno interessando la capitale Bogotà e i principali centri urbani del paese hanno spinto Duque a mantenere un dialogo diretto con i manifestanti dal cui esito, al momento incerto, potrebbe dipendere la stabilità dell’esecutivo. Forti delle conquiste raggiunte dalle mobilitazioni ecuadoriane e cilene, appare al momento improbabile che le proteste cessino di avere luogo senza che i manifestanti ottengano concrete concessioni da parte del governo che, in carica da circa un anno e mezzo, gode al momento di un tasso di approvazione del suo operato di appena il 26% della popolazione. 

Nel contesto fin qui descritto, l’attacco avvenuto nella notte del 22 novembre contro la stazione di polizia di Santander de Quilichao, era stato inizialmente ricollegato alle violenze in corso nel Paese. Tuttavia, le successive indagini hanno appurato la responsabilità dei gruppi dissidenti delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), impegnate negli ultimi mesi in una rinnovata campagna di violenze nella regione della Valle del Cauca. In linea con la consolidata strategia terrorista intrapresa dai suddetti gruppi criminali, l’azione ha avuto come obbiettivo le autorità locali della regione e ha comportato la morte di tre agenti.

Nello specifico il raid, effettuato lanciando quattro ordigni esplosivi da un camion appositamente equipaggiato per compiere l’azione criminale, è stato attribuito dalle autorità colombiane ai dissidenti della “Columna Móvil Dagoberto Ramos”, facente parte del “Nuovo 6° Fronte” e particolarmente attivo nell’area settentrionale del dipartimento Valle del Cauca. L’organizzazione criminale, che può contare su circa 120 unità e il cui leader risulta essere Fernando Israel Méndez alias “el Indio”, controlla le coltivazioni di coca e marijuana dell’area, dedicandosi principalmente al narcotraffico e ad attività minerarie illegali. Tale autorità nella regione settentrionale del dipartimento viene condivisa con i dissidenti della “Columna Móvil Jaime Martínez”, comandata da Leider Johani Noscue alias “Mayimbú”, con cui spartisce la gestione del cosiddetto Triángulo de Oro della marijuana, definito dalle località di Miranda, Caloto e Toribío.

Ai due gruppi sono attribuiti i recenti sei omicidi che hanno scosso il dipartimento Valle del Cauca a partire dal primo settembre, tra i quali quello di Karina García Sierra, candidata sindaco per il partito liberale nella località di Suárez. A partire da quell’evento risultano in aumento le aggressioni, in particolare ai danni dei leader indigeni della regione i quali, attraverso il corpo di autodifesa “Guardia Indigena”, difendono i territori abitati dalle loro comunità dalle bande dedite al narcotraffico. Tra gli eventi maggiormente significativi si ricorda quello del 29 ottobre avvenuto nella riserva di Tacueyó di Toribío, il quale ha comportato la morte di cinque guardie indigene tra cui Cristina Bautista, governatrice della riserva. Quarantotto ore dopo un nuovo assalto mortale si è verificato presso Corinto ai danni di una troupe di quattro topografi impegnati in un report dell’area.

In risposta a tali episodi, il governo di Duque ha implementato la presenza delle 8000 unità già presenti sul territorio inviando 2500 agenti in più nella regione. Misura, tuttavia, criticata dalle comunità indigene che sottolineano al contrario la necessità di forme strutturali.

Gli attacchi perpetrati negli ultimi due mesi dimostrano l’efficace strutturazione e organizzazione dei gruppi criminali dissidenti e pongono seri rischi al quadro securitario del paese.
A fine agosto un’ala dissidente delle FARC comandata da Luciano Marín Arango alias “Iván Márquez”, ritenuto essere tra i principali leader dell’ex guerriglia, aveva annunciato la ripresa della lotta armata tramite messaggio video. Da quel giorno sono in aumento all’interno del paese i dubbi circa l’efficacia dell’accordo di pace del 2016, sebbene abbia messo fine a una guerra civile costata circa 220.000 morti e consentito il disarmo di circa 10.000 combattenti. Il timore su un potenziale aumento degli attacchi si è fatto ancora più concreto nei primi giorni di ottobre, quando un’altra cellula delle ex-FARC, il “18° Fronte”, si è unita ai dissidenti fornendogli una preziosa alleanza nei dipartimenti di Antioquia e Cordoba.

Fotogramma del video in cui il leader Iván Márquez annuncia la ripresa della lotta armata da parte delle FARC-EP

A oggi, i dissidenti si attesterebbero intorno alle 3.000 unità (di fatto, meno di un terzo delle forze demobilizzate). Tuttavia, è necessario anche considerare i militanti dei gruppi di insorgenza che non hanno abbandonato le armi all’indomani dell’accordo del 2016. Tra questi i guerriglieri facenti capo a Miguel Botache Santillana alias “Gentil Duarte” (che operano nei dipartimenti occidentali di Valle del Cauca e Antioquia e in quelli orientali di Arauca, Vichada Guaínia, Vaupés, Guaviare e Caqueta) nonché l’Ejército de Liberación Nacional (ELN), i cui membri risultano in costante aumento negli ultimi tre anni (stessa dinamica che potrebbe interessare le nuove forze dissidenti). L’ELN, che opera principalmente nei dipartimenti orientali di Norte de Santander, Arauca, Cesar e Casarane, può contare su circa 4.000 combattenti, i quali, qualora alleati con le cellule fuoriuscite dagli Accordi di Pace del 2016, costituirebbero una forza guerrigliera di circa 7.000 unità.

Se da una parte non vi è certezza che tali alleanze possano effettivamente realizzarsi, è chiaro che gli elementi dissidenti possano rappresentare una minaccia per la stabilità del Paese. Tale criticità appare, inoltre, più stringente alla luce delle dimostrate capacità dei gruppi citati di espandersi oltre le loro originarie aree di attività, con l’obiettivo di siglare nuove alleanze ed istituire ulteriori rotte per il traffico di droga. Appare questo il caso dell’ELN che dalle tradizionali aree orientali si è esteso ai dipartimenti occidentali di Chocó e Antioquia dove, tramite l’alleanza con i dissidenti del 18° e del 28° fronte (rispettivamente facenti capo a Ivan Marquez e Gentil Duerte) cerca si stabilire una nuova rotta che colleghi l’Oceano Pacifico al confinante Venezuela.

Tra i motivi delle proteste che stanno attualmente interessando la Colombia, particolare rilievo assumono proprio tutte le criticità in tema di sicurezza fin qui evidenziate, con riferimento anche alle numerose comunità indigene presenti sul territorio. Ciò che i leader indigeni contestano all’attuale governo è l’efficacia degli Accordi di Pace firmati nel 2016 a L’Avana che, lungi dal garantire una situazione di post-conflitto e disarmo totale, hanno invece inaugurato una nuova stagione di violenza contro le comunità originarie in quelle regioni in cui lo Stato è particolarmente assente, come quella della Valle del Cauca.

In conclusione, le dinamiche fin qui evidenziate confortano l’ipotesi del persistere della fluidità del quadro di sicurezza del Paese. Sussistono, infatti, numerosi fattori suscettibili di influenzare lo scenario colombiano sia nel breve che nel medio periodo. In primis il perdurare delle proteste in corso, potrebbe incidere ulteriormente sulla stabilità politica e sociale del Paese, soprattutto qualora le misure adottare da parte del governo non incontrino il favore delle richieste avanzate dalla popolazione. In tale contesto, l’indebolimento dell’attuale esecutivo potrebbe riflettersi anche sull’efficacia dell’azione governativa in tema di sicurezza e di contrasto al crimine organizzato e ai gruppi di insorgenza operanti nel Paese. Parallelamente l’evoluzione del quadro securitario colombiano dipenderà necessariamente anche da un eventuale mutamento delle alleanze e dei rapporti di forza all’interno della rete dei gruppi dissidenti nel medio termine. Quest’ultimo aspetto potrebbe essere in parte influenzato anche dell’evoluzione del quadro regionale, in particolare relativamente alle dinamiche in corso in Venezuela: qualora Maduro dovesse rimanere in carica e, anzi, rafforzare la propria presa sugli organi statali, potrebbe protrarsi una situazione di sostegno ai dissidenti colombiani in termini di armi e organizzazione strategica; in caso contrario, l’esecutivo colombiano potrebbe sperare in un nuovo governo maggiormente incisivo nel contrasto ai gruppi dissidenti presenti in territorio venezuelano e collaborativo ai fini della messa in sicurezza della frontiera tra i due paesi.