Instabilità e criticità del quadro di sicurezza della regione latino-americana

Overview

Gli eventi che si sono registrati nel corso del 2019 hanno confermato l’America Latina come una tra le aree più violente a livello globale. Il record del numero di omicidi in Messico, il rafforzamento dell’attività dei gruppi armati e le proteste in Colombia, il rovesciamento del governo in Bolivia e i disordini tuttora in corso in Cile sono solo alcune delle criticità che insieme alla crisi venezuelana hanno contribuito al deterioramento del quadro di sicurezza regionale.  E’ verosimile ipotizzare che tali dinamiche continueranno a ostacolare il regolare svolgimento delle attività di business anche nel medio-lungo periodo, rendendo necessaria l’adozione di misure di mitigazione inserite in una più ampia strategia aziendale di corretta gestione del rischio, inteso nelle sue molteplici sfaccettature.

Analisi

In Messico l’inasprimento della lotta tra i diversi cartelli del narcotraffico ha portato ad un deciso aumento delle violenze in tutto il Paese. Se il 2018, con 33.743 omicidi registrati a livello nazionale, era stato identificato come l’anno peggiore in tal senso, i dati relativi al 2019 hanno superato quelli dell’anno precedente. Con 34.582 vittime di omicidio doloso, l’anno appena conclusosi si afferma infatti come il più violento della storia recente del Paese. Gli Stati messicani che hanno riportato più casi risultano essere Guanajuato (3.558), Estado de México (2.981) e Baja California (2.883). Quelli che invece hanno registrato più vittime in proporzione al numero di abitanti sono Colima (98,3 casi ogni 100.000 abitanti), Baja California (80,5 casi ogni 100.000 abitanti) e Chihuahua (68,6 casi ogni 100.000 abitanti). La “guerra al narcotraffico”, iniziata nel 2006 dall’allora Presidente Felipe Calderón, ha subìto una battuta d’arresto a seguito dell’elezione di Andrés Manuel López Obrador nel 2018. A differenza delle precedenti amministrazioni, che avevano dedicato ingenti risorse statali alla lotta ai cartelli, Obrador aveva più volte annunciato in campagna elettorale la volontà di sostituire la strategia di militarizzazione nazionale con un approccio di ampio respiro che fosse orientato ad adottare misure di natura socioeconomica, le quali avrebbero il merito di diminuire la probabilità di affiliazione ai cartelli delle fasce più povere della popolazione. I propositi di Obrador si sono infine concretizzati con l’adozione del “Plan Nacional de Paz y Seguridad 2018-2024”, il quale ha altresì previsto una ristrutturazione del corpo di polizia, attraverso la creazione della “Guardia Nacional”. Pensata sul modello ibrido della Guardia Civil spagnola e quindi composta tanto da esercito quanto da poliziotti, quest’ultima ha sostituito la Policía Federal, coinvolta in diversi casi di corruzione e ritenuta pertanto poco affidabile nel contrasto al narcotraffico. Sebbene la Guardia Nacional, il cui organico dovrebbe raggiungere 150.000 unità entro il 2023, sia stata finora impiegata soprattutto lungo le frontiere con gli Stati Uniti al fine di limitare i flussi migratori, la sua sola istituzione sembra aver prodotto effetti favorevoli se letta alla luce degli ultimi dati disponibili. Se è infatti vero che gli omicidi hanno subìto un incremento a livello nazionale, il trend è tuttavia positivo se comparato con quello degli anni precedenti. Le vittime di omicidio doloso del 2019 equivalgono a circa 28 casi ogni 100.000 abitanti, un incremento del 1,68%. Nei tre anni precedenti, tuttavia, l’incremento era stato più marcato, con un tasso che aumentava del 25,1% tra il 2016 e il 2017, del 26,4% tra il 2017 e il 2018 e del 15,7% dal 2018 al 2019.

In Colombia, gli Accordi di Pace firmati a L’Avana nel 2016 tra il governo e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) sono al centro delle proteste che dal 21 novembre 2019 stanno interessando il Paese. Il trattato di pace, che ha comportato il disarmo di circa 8.000 guerriglieri, è secondo gli attivisti oggetto di mancata implementazione da parte dell’attuale governo di Iván Duque ed è pertanto considerato alla base della crescente violenza nel Paese. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2019 sono stati 12.825 gli omicidi registrati a livello nazionale, equivalenti a un tasso di circa 25,4 casi ogni 100.000 abitanti. Sebbene si tratti di una lieve diminuzione rispetto ai 12.923 casi del 2018, il dato risulta essere meno confortante se letto alla luce della recente ripresa della lotta armata da parte di frange dissidenti delle Farc. Ad agosto 2019, Luciano Marín Arango (alias “Iván Márquez”), ritenuto tra i più influenti leader dell’ex guerriglia, nonché principale negoziatore degli Accordi di Pace del 2016, ha infatti annunciato la ripresa delle armi contro il governo, accusato di non ottemperare agli obblighi concordati a L’Avana. Dalla firma degli Accordi, centinaia di leader delle comunità locali sono stati assassinati da gruppi paramilitari estranei alle Farc. Strutturatisi a seguito della sua dissoluzione riempiendo il vuoto lasciato dall’organizzazione guerrigliera, i nuovi Gruppi Armati Organizzati (GAO) compiono attacchi sistematici contro gli attivisti sociali per la difesa dei territori che si oppongono ad attività illecite quali coltivazioni di sostanze stupefacenti (ad oggi sarebbero circa 650 i leader uccisi, 30 dei quali a gennaio 2020). Questo fenomeno, che dimostra la limitata efficacia del trattato di pace nel garantire una diminuzione della violenza, è accompagnato da un crescente numero di morti tra gli ex membri delle Farc, laddove una degli obblighi degli Accordi del 2016 consisteva nell’impegno del governo a garantire protezione ai guerriglieri firmatari. Le uccisioni degli ex guerriglieri (almeno 185 dalla firma del trattato, 7 dei quali a gennaio 2020) hanno comportato l’annuncio della ripresa delle armi da parte di Iván Márquez, seguito da altre cellule dissidenti che, ad oggi, si attesterebbero su un totale di 3.000 unità. La presenza dei dissidenti e dei GAO, oltre ai gruppi di insorgenza che non hanno mai abbandonato le armi, come l’Ejército de Liberación Nacional (ELN), configura una situazione di significativa instabilità, suscettibile di deteriorarsi già nel breve-medio periodo.

Anche in Bolivia si è assistito nel corso delle ultime settimane a un grave peggioramento del quadro di sicurezza. All’indomani delle elezioni presidenziali (20 ottobre 2019) che hanno visto la riconferma di Evo Morales (Movimiento al Socialismo, MAS), i sostenitori dei partiti di opposizione hanno denunciato brogli elettorali e iniziato una serie di violente proteste in diverse aree del Paese, obbligando l’ormai ex-Presidente e il suo Vice, Alvaro Garcia Linera, alle dimissioni il 10 novembre 2019. L’elevato livello degli scontri tra sostenitori del governo e oppositori (il bilancio provvisorio è di 35 vittime e oltre 800 feriti), hanno portato il governo ad interim guidato dalla senatrice d’opposizione Jeanine Añez a trovare un accordo con il MAS sullo svolgimento di nuove elezioni, che si terranno il 3 maggio 2020 e alle quali Morales e Linera non potranno partecipare come candidati presidenziali. L’intesa, che ha avuto come conseguenza l’immediata diminuzione delle proteste, è stata tuttavia minata dalla recente decisione di Añez di prendere parte alla competizione elettorale nonostante avesse esplicitamente legittimato la sua azione politica sulla garanzia della transitorietà del suo governo. Tale mossa ha provocato dure reazioni da parte del MAS, che la accusa di voler partecipare alle elezioni da una posizione privilegiata. Lo scenario più probabile, al momento, è quello di un nuovo peggioramento del quadro di sicurezza in concomitanza con le elezioni di maggio.

Figura 1. Immagine delle recenti proteste in Cile

In Cile le proteste che a partire dal 14 ottobre interessano i principali centri urbani hanno sinora provocato almeno 30 vittime e più di 3.000 feriti. Innescate da un aumento del prezzo dei biglietti della metropolitana, le contestazioni sono presto sfociate in azioni violente contro stazioni metro, autobus e gli asset di tutte quelle aziende che, a vario titolo, sono ricollegabili alla disuguaglianza sociale che caratterizza il Paese. La diffusione di immagini che testimoniano le violenze sistematiche che le forze dell’ordine perpetrano sui manifestanti ­– dinamica confermata anche da un report delle Nazioni Unite – ha comportato numerosi attacchi ai commissariati di polizia di Santiago da parte delle frange più estreme, le quali chiedono la dissoluzione della squadra mobile antisommossa (Esmad). L’instabilità del quadro di sicurezza ha portato il Presidente Piñera a prendere numerose misure per sedare la crisi. Tra queste, l’annuncio di un referendum sulla stesura di una nuova Costituzione, che si terrà il 26 aprile 2020 e tramite cui i cileni dovranno esprimere le preferenze per un’Assemblea Costituente (la quale prevede una commissione costituente nuova) o per un Congresso Costituente (commissione scelta tra i membri dei partiti attualmente in Parlamento). L’incertezza sulle modalità del processo costituente rimane tuttavia fonte di forte malcontento, in un contesto in cui Piñera è accusato dai promotori delle proteste di non voler coinvolgere i movimenti sociali nella stesura della nuova Costituzione. Tuttavia, sebbene le manifestazioni siano suscettibili di rimanere costanti fino al completamento del processo costituente, i disordini a queste relazionate sembrano gradualmente diminuire di intensità come risultato delle concessioni fatte da Piñera. A seguito dell’annuncio del referendum, le proteste hanno infatti visto la partecipazione di un numero inferiore di manifestanti rispetto a quelle di ottobre/novembre, laddove le azioni violente sono ormai portate avanti esclusivamente dalle frange più radicali le quali stanno progressivamente perdendo il consenso del resto della popolazione.

L’America Centrale è rimasta nel 2019 una delle aree con il tasso di criminalità più alto del continente. Superati solamente da Venezuela e Jamaica, Honduras ed El Salvador presentano infatti il tasso di omicidi più alto dell’intera America Latina. Tale dinamica, che si identifica come una delle principali cause alla base delle numerose carovane di migranti che dal Centroamerica si dirigono verso gli Stati Uniti, ha tuttavia subìto netti miglioramenti rispetto agli anni passati. Nel 2019 in El Salvador si è registrato numero di omicidi (2.390) nettamente più basso rispetto agli anni precedenti, passando dai 60 casi ogni 100.000 abitanti del 2017 a 36 casi nel 2019. Il trend in diminuzione, dovuto al nuovo “Plan Control Territorial” del Presidente Bukele e presumibilmente ad accordi informali tra lo stesso governo e i gruppi criminali locali come “Mara Salvatrucha” e “Barrio 18”, sembra riscontrarsi anche in Honduras: sebbene il Paese abbia registrato nel corso dell’ultimo anno un lieve incremento del tasso di omicidi (41,2 rispetto a 40 del 2018), il dato risulta comunque inferiore rispetto a quello del 2017 (42,8) e in maniera più marcata rispetto a quello del 2016 (59). Dinamiche analoghe caratterizzano Paesi quali Venezuela e Brasile. Nel primo caso, nonostante l’aggravarsi della crisi economica e umanitaria, il tasso di omicidi è sceso da 89 casi ogni 100.000 abitanti nel 2017 a 60,3 casi nel 2019. Nel secondo, il tasso è diminuito del 33% nel corso di due anni, passando da 29,7 casi nel 2017 a 19,7. Tale calo, dovuto principalmente alle misure tese alla coordinazione delle forze di sicurezza, a una rinnovata strategia investigativa, alla separazione dei leader criminali nelle carceri e al coinvolgimento delle comunità locali nella pianificazione della sicurezza, dimostra come politiche governative mirate siano in grado di portare a risultati concreti in termini di sicurezza.

Figura 2. Andamento tasso di omicidi per 100.000 abitanti (2017-2019)

Assessment

L’America Latina si conferma, dunque, tra le aree più turbolente a livello globale. Sebbene la regione ospiti circa l’8% della popolazione mondiale, essa è teatro di oltre il 30% degli omicidi registrati a livello internazionale. In generale, il 2019 ha confermato un alto grado di volatilità del quadro politico e di sicurezza dell’intera area, associato principalmente al rischio generato dalla criminalità e dalle tensioni sociali. Tali criticità rendono pertanto necessarie l’adozione di specifiche misure di mitigazione che si innestino in una più ampia strategia di gestione del rischio, tale da garantire la compliance normativa, la tutela delle persone e l’integrità degli asset aziendali. Ciò non può prescindere da una attenta analisi preliminare, volta a meglio identificare gli obblighi dell’azienda sotto il profilo legale, eventuali gap sotto il profilo organizzativo-procedurale, gli specifici rischi operativi ai quali potrebbe essere esposta (variabili a seconda del settore di attività e delle aree di operatività) e, conseguentemente, le misure da adottare per garantire il regolare svolgimento delle attività di business.