Iran-Stati Uniti: rischio di escalation?

Overview

Il 20 giugno, l’Iran ha annunciato l’abbattimento di un “drone spia americano” che avrebbe violato il proprio spazio aereo. Secondo il portavoce delle Guardie della Rivoluzione Islamica (pasdaran) l’aeromobile, un modello di Global Hawk (prodotto dalla Northrop Grumman), sarebbe stato abbattuto nella provincia costiera di Hormozgan, nel sud dell’Iran.

Dopo un’iniziale smentita, gli USA hanno confermato l’episodio, precisando, tuttavia, che il drone (del tipo Mq-4c Triton della Us Navy, da ricognizione) sarebbe stato colpito da un missile terra-aria mentre sorvolava lo spazio aereo internazionale, sopra lo stretto di Hormuz.

L’episodio costituisce, in ogni caso, il primo attacco diretto iraniano contro un asset statunitense, segnalando un ulteriore aumento delle tensioni tra i due Paesi e, più in generale, una progressiva destabilizzazione del quadro politico e di sicurezza regionale.

Analisi

Con l’elezione del Presidente USA Donald Trump nel 2016 si è assistito alla ripresa di una retorica marcatamente anti-iraniana, sfociata a maggio del 2018 nella decisione dell’amministrazione statunitense di uscire dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare siglato nel 2015, e di reintrodurre nuove sanzioni nei confronti di Teheran. L’8 aprile, Washington ha annunciato l’inserimento del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Iraniana nell’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere che minacciano la sicurezza dei cittadini statunitensi o la sicurezza nazionale del Paese. Si è trattato del primo caso di designazione di un’organizzazione che è parte di un governo.

L’8 maggio, il Pentagono aveva annunciato il dispiegamento nella regione della USS Arlington – una nave in grado di trasportare anche veicoli anfibi – e del sistema di difesa missilistico Patriot. In precedenza, erano stati inviati nell’area la portaerei USS Abraham Lincoln e numerosi bombardieri B-52, a testimonianza di un sensibile rafforzamento della presenza militare, al dichiarato scopo di deterrenza.

In questo generale contesto di tensione, le posizioni di Washington e Teheran si sono ulteriormente irrigidite a seguito dell’episodio del 12 maggio, quando cariche esplosive sono state fatte detonare contro quattro petroliere al largo delle coste di Fujairah (stretto di Hormuz, acque territoriali emiratine), causando, secondo quanto dichiarato dalle autorità saudite, danni significativi alle imbarcazioni. Sebbene non abbiano prodotto prove concrete a supporto della loro tesi, gli USA hanno attribuito all’Iran la responsabilità di tale attacco.

Infografica sui recenti avvenimenti riguardanti la crisi tra USA e Iran.

Il 13 giugno 2019, nel Golfo dell’Oman (a circa 45 Km dalla costa iraniana), altre due imbarcazioni (le petroliere Front Altair e Kokuka Courageous) sono state coinvolte in un’esplosione, che ha provocato gravi danni materiali, ma nessuna vittima tra gli equipaggi. Un video pubblicato dal Pentagono nelle ore successive all’incidente mostrerebbe un’imbarcazione iraniana nell’atto di rimuovere una mina magnetica inesplosa al fianco della Kokuka Courageous, ipotizzando dunque un diretto coinvolgimento di Teheran, che ha tuttavia smentito ogni responsabilità.

L’aumento delle tensioni tra USA e Iran ha avuto riflessi negativi anche su altri Paesi della regione. In Arabia Saudita, dopo una lieve diminuzione (a partire da settembre 2018) degli attacchi compiuti dai ribelli yemeniti sciiti Houthi, si è assistito ad una nuova escalation di azioni asimmetriche contro obiettivi sia civili sia militari. Dal 14 maggio 2019 i ribelli Houthi avrebbero compiuto almeno 15 attacchi con droni armati e missili contro asset petroliferi, depositi di armi e infrastrutture civili in territorio saudita (soprattutto nelle zone meridionali al confine con lo Yemen, ma anche nella provincia di Riad). Tale recrudescenza appare di fatto legata sia alle rinnovate tensioni regionali tra Arabia Saudita e Iran sia alle difficoltà di dare concreta soluzione al conflitto yemenita. Sebbene, al contrario di altri gruppi sciiti presenti nella regione, il gruppo yemenita appaia legato a Teheran più da contingenze politiche che da una vera e propria convergenza di interessi strategici, esso costituisce nondimeno la testa di ponte dell’Iran nella Penisola Arabica, proprio al confine con l’Arabia Saudita. Sfruttando la comune appartenenza allo sciismo (significative differenze esistono, invero, tra lo zaidismo e lo sciismo duodecimano, o imamita, professato a Teheran), l’obiettivo del regime di Khamenei è quello di favorire anche nello Yemen la creazione di un movimento per certi versi simile al libanese Hezbollah, assicurandosi un formidabile strumento nella guerra per procura che lo vede opposto all’Arabia Saudita in vari paesi della regione (Siria, Libano, Bahrain, Iraq e, in misura minore, Afghanistan).

Infografica diffusa dagli Houthi in seguito all’abbattimento di un drone USA nello Yemen.

Anche in Iraq, si è registrato un incremento degli attacchi diretti contro interessi statunitensi e più in generale stranieri. Da maggio, in 3 diverse occasioni basi militari irachene che ospitano militari statunitensi sono state colpite da razzi lanciati da soggetti non identificati; il 19 maggio un razzo è esploso vicino all’ambasciata statunitense di Baghdad. Di maggior rilievo è l’episodio verificatosi il 19 giugno, quando un razzo ha colpito il quartiere residenziale e operativo di Burjesia, a Bassora, ove hanno sede diverse compagnie petrolifere internazionali, compresa l’americana ExxonMobil. Nell’azione, che non risulta al momento rivendicata, sono rimasti feriti almeno due lavoratori iracheni.

La lotta contro lo Stato Islamico ha favorito, in Iraq, la nascita di numerose milizie, in maggioranza sciite, in parte sostenute e addestrate da Al-Quds, unità dei pasdaran responsabile per le attività extra-territoriali, guidata dall’influente Generale Qassem Suleimani. A novembre 2016, il parlamento iracheno ha legalmente riconosciuto tali milizie come parte integrante delle Forze Armate dell’Iraq, istituzionalizzandone, di fatto, la natura ibrida; esse, tuttavia, hanno conservato ampi margini di autonomia e appaiono tuttora guidate o perlomeno fortemente influenzate da interessi extra-nazionali.

Outlook

Il rischio di un conflitto diretto tra Iran e Stati Uniti, così come di una guerra regionale tra Teheran e l’Arabia Saudita, appare al momento contenuto. Tuttavia, in un clima di tensione così elevato, un errore di calcolo da parte di una delle parti coinvolte o un’azione deliberata da parte di una delle milizie a vario titolo interessate dalla recente crisi potrebbe essere sufficiente a scatenare un’escalation, che avrebbe conseguenze pericolose per la stabilità dell’intera regione.

La strategia iraniana di medio periodo sembra operare su due distinti livelli. Sul piano interno, si assiste, ormai da alcuni mesi, al progressivo rafforzamento della componente più radicale, pronta a delegittimare, anche agli occhi dell’opinione pubblica, l’operato dell’ala cosiddetta ‘moderata’ (guidata dal Presidente Rouhani), la cui posizione appare ormai irrimediabilmente compromessa, soprattutto alla luce del cattivo andamento dell’economia (-80% di esportazioni di petrolio; contrazione del PIL pari al 6% su base annua; inflazione superiore al 30%).

Sul piano esterno, l’obiettivo dell’Iran sarebbe quello di evidenziare le proprie capacità di destabilizzare il quadro di sicurezza regionale, sia con azioni dirette, sia mediante milizie e altri attori locali, più o meno direttamente sotto il suo controllo. A tale riguardo, occorre evidenziare come gli attacchi del 13 giugno contro le due petroliere nello stretto di Hormuz hanno provocato un aumento pari al 4% del prezzo del Brent del e un incremento di circa il 10% dei costi assicurativi per le imbarcazioni che navigano nelle acque della regione mediorientale. Inoltre, sebbene gli attacchi compiuti a Bassora contro gli impianti della ExxonMobil non appaiano in grado di determinare, nell’immediato, l’interruzione delle operazioni delle numerose compagnie internazionali che operano nel settore petrolifero iracheno, lo scenario potrebbe mutare radicalmente in caso di nuovi, più gravi episodi. In tal caso, le conseguenze sarebbero estremamente significative sia sul piano economico (con una prevedibile impennata del costo del greggio) sia, in prospettiva, su quello della sicurezza, con una generale destabilizzazione del Paese, suscettibile di favorire le attività dello Stato Islamico e di altri attori non-statuali.

L’orizzonte temporale dell’attuale strategia iraniana sembra coincidere con le elezioni presidenziali americane del 2020: in caso di affermazione di un candidato democratico, infatti, è ipotizzabile che l’accordo sul nucleare negoziato dall’Amministrazione Obama torni in vigore e che si assista a una generale ricalibrazione delle alleanze nella regione, oggi sbilanciata a favore di Israele e Arabia Saudita. Sebbene tale ipotesi appaia oggi di difficile realizzazione, le azioni delle ultime settimane hanno nuovamente evidenziato il relativo isolamento interno dell’amministrazione Trump, invisa ad ampi settori della classe politica sia democratica sia repubblicana. A conferma di ciò, le voci circolate negli ultimi giorni circa la volontà del Congresso di bloccare la vendita di armi ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, e di vietare l’utilizzo di fondi federali per operazioni militari contro Teheran senza una sua previa autorizzazione. Anche in ambito esterno, l’amministrazione Trump non sembra poter contare sul necessario supporto dei suoi tradizionali alleati, come evidenziato dalle prese di posizione dei principali leader europei, contrari alla sospensione dell’accordo sul nucleare e, in misura maggiore, all’ipotesi di un conflitto in Medio Oriente, che avrebbe conseguenze catastrofiche per le economie continentali.