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Iraq: proseguono le proteste anti-governative nei maggiori centri urbani

Proseguono le proteste scoppiate il 1° ottobre in diversi centri urbani dell’Iraq (in particolare la capitale e le città di Bassora, Nasiriya, Najaf, al-Diwaniyah e Karbala). Iniziate in maniera pacifica e spontanea (con una forte partecipazione studentesca), i raduni sono progressivamente sfociati in episodi di violenza e disordini diffusi dopo che, nella giornata di martedì, le forze di sicurezza irachene hanno impedito con la forza ad alcuni manifestanti di raggiungere la Zona Internazionale di Baghdad (la c.d. “Green Zone”). L’intensità degli scontri, il cui bilancio è al momento di più di 30 vittime e circa 200 feriti, è progressivamente aumentata, tanto da spingere, il 3 ottobre, le autorità nazionali a imporre il coprifuoco nelle città di Baghdad, Nasiriya, Amarah e Hillah.
In generale, le proteste sono frequenti in tutto il territorio nazionale (in particolare nella capitale e nei centri urbani dei governatorati meridionali), alimentate dal diffuso e persistente malcontento sociale, dall’assenza di prospettive per le fasce più giovani della popolazione e dagli alti livelli di corruzione degli apparati statali. Anche in questo caso, sarebbero queste le principali ragioni alla base della rinnovata insorgenza: secondo diverse fonti, infatti, il moto di protesta sarebbe nato spontaneamente in ragione della profonda e prolungata esasperazione della popolazione per la mancanza di prospettive; le manifestazioni, infatti, non avrebbero al momento una guida precisa e coinvolgerebbero elementi appartenenti a tutte le classi sociali e anagrafiche della popolazione.
Il generale malcontento della popolazione è stato ulteriormente alimentato, negli ultimi giorni, dalla recente (27 settembre) decisione del primo ministro iracheno, Adil Abdul-Mahdi, di rimuovere dal suo incarico il Generale Abdulwahab al-Saadi, comandate del Servizio di Antiterrorismo (Counter-Terrorism Service – CTS), figura cardine nella lotta allo Stato Islamico e apprezzata dalle diverse componenti etniche e confessionali dell’Iraq. Sebbene non siano al momento state chiarite le ragione del provvedimento, il licenziamento del Generale al-Saadi ha comunque generato una certa inquietudine in alcune fazioni politiche irachene (Movimento iracheno di saggezza nazionale, Movimento Sadrista, Coalizione irachena di Decisione di Osama al-Nujaifi) poiché ha sollevato dubbi circa possibili pressioni di Teheran (l’ex-capo del CTS era considerato, infatti, poco incline ad assecondare la presunta strategia di penetrazione iraniana nel Paese).
Sul piano politico interno, a seguito delle proteste in parlamento iracheno si è assistito alla formazione di un Fronte parlamentare dell’opposizione che comprende, in particolare, i membri del Blocco di Saggezza di Hakim, la coalizione di Muqtada al-Sadr e i gruppi che fanno riferimento all’ex primo ministro Nasr Haidar al-Abadi. In una dichiarazione rilasciata il 2 ottobre, il Fronte dell’opposizione ha espresso la propria simpatia per le proteste di piazza e il proprio supporto alle richieste dei manifestanti. In tali circostanze, se le proteste dovessero proseguire e aumentare d’intensità, la stabilità dell’attuale esecutivo potrebbe risultarne definitivamente compromessa, ipotizzandosi uno scenario in cui il primo ministro Mahdi potrebbe avere come unica strada percorribile, quella delle dimissioni.

La possibile erosione della stabilità politica interna desta particolari preoccupazioni non solo perché l’Iraq è attualmente impegnato in una fase di lenta e difficile ricostruzione in seguito al conflitto con le milizie dello Stato Islamico (ancora operativo su significative porzioni del territorio iracheno), ma anche per le possibili ripercussioni sul quadro regionale, interessato da diversi mesi da un incremento delle tensioni tra l’Iran e i suoi alleati non statuali, da una parte, e Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti, dall’altra. A tale riguardo, il difficile equilibrio tentato da Baghdad in questi ultimi anni tra influenze sunnite e sciite (che rappresentano, rispettivamente, circa il 20 e il 60% della popolazione irachena) è divenuto ancor più precario a seguito dell’attacco del 14 settembre contro due impianti petroliferi in Arabia Saudita (per i quali sia Washington sia Riad hanno denunciato il coinvolgimento di Teheran). È in questo contesto che si deve interpretare il recente attivismo dei vertici iracheni, impegnati, nelle ultime settimane, in una serie di incontri bilaterali con i principali protagonisti della recente escalation. Il tentativo di conservare una posizione di ferma neutralità è dettato, in primo luogo, dai timori delle autorità di Baghdad di fare dell’Iraq uno dei principali teatri di quella “guerra per procura” che vede già contrapposte Iran e Arabia Saudita nello Yemen e, in misura minore, in altri Paesi della regione. In particolare, un eventuale slittamento su posizioni marcatamente filo-iraniane contribuirebbe ad alimentare il malcontento della componente minoritaria sunnita, con il conseguente rischio di agevolare il tentativo di riorganizzazione e rafforzamento dello Stato Islamico e di altri gruppi di matrice jihadista.