L’evoluzione di al Qaeda, 18 anni dopo gli attacchi dell’undici settembre.

Diciotto anni dopo gli attentati dell’undici settembre, il nucleo fondante di al Qaeda è stato quasi completamente smantellato. Tuttavia, gli avvenimenti internazionali, in particolare le insurrezioni e i conflitti esplosi in alcuni Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, hanno consentito all’organizzazione di riorganizzarsi e di presentarsi con un aspetto differente che, in parte, ha cambiato anche la percezione della minaccia stessa.
Nato come un gruppo elitario composto da poco più di cento miliziani, al Qaeda dispone oggi di filiali pubblicamente riconosciute in Africa e in Asia: Jamaat Nusrat al Islam wal Muslimin (JNIM), nel Sahel; al Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM) in Nord Africa e nel Sahel; Katiba Uqba Bin Nafi (KUBN) in Tunisia; Harakat al Shabaab al Mujahidin in Somalia; al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) nello Yemen; al Qaeda nel Subcontinente Indiano (AQIS) tra l’Afghanistan e il Pakistan.
Il network di al Qaeda dispone, inoltre, di contatti a livello operativo e strategico con una serie di organizzazioni jihadiste, quali il Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP) e l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, e si avvale di altre filiali che, per motivi di convenienza operativa, non sono state ancora pubblicamente riconosciute. Tra queste è necessario menzionare, per rilevanza, le filiali siriane di Tanzim Hurras al Din, Ansar al Tawhid e Ansar al Din, recentemente colpite da due raid statunitensi nella provincia di Idlib, e il ramo di al Qaeda nel Kashmir, il gruppo Ansar Ghazwatul Hind.
La forte delocalizzazione intrapresa dal gruppo ha però contribuito a creare una singolare tensione tra le istanze internazionaliste della leadership centrale del gruppo e le agende locali dei singoli rami regionali. In alcuni casi, le istanze regionali delle filiali locali riescono a coniugarsi con le ambizioni internazionali della leadership centrale; talvolta, invece, le prime intraprendono percorsi del tutto autonomi, che possono sfociare anche in scissioni dalla casa madre.
LE FILIALI LOCALI E L’AGENDA REGIONALE:
A partire dal 2007, data in cui il gruppo ha riconosciuto il suo primo ramo locale, al Qaeda nel Maghreb Islamico, e ha avviato il suo processo di delocalizzazione, il network di al Qaeda ha apparentemente abbandonato l’obbiettivo di colpire l’Occidente, il nemico lontano, concentrando le sue azioni contro il nemico vicino, i governi definiti come apostati presenti nelle regioni dove le filiali del gruppo operano, favorendo così il perseguimento di un’agenda più regionale.
Se da una parte questo compromesso è stato necessario per favorire un più capillare radicamento di al Qaeda a livello regionale, accettando anche una sorte di moderazione che favorisse le agende più locali delle filiali del gruppo e abbandonando la propria storica vocazione internazionalista, ideologicamente il gruppo è andato incontro alle critiche della corrente jihadista più intransigente, perdendo lentamente appeal su scala globale, anche a causa della contestuale ascesa dello Stato Islamico.
Proprio la nascita dello Stato Islamico nel 2014, con le sue varie filiali locali sparse tra Asia, Medioriente e Africa, ha costituito un ostacolo significativo per la strategia di delocalizzazione della leadership di al Qaeda. Infatti, molte wilayat (province) di IS sono sorte proprio in seguito alle defezioni di alcune milizie precedentemente operative all’interno dei rami regionali di al Qaeda, come nei casi delle filiali dello Stato Islamico presenti nello Yemen e in Somalia, nate rispettivamente in seguito a delle scissioni interne ad AQAP e ad Harakat al Shabaab al Mujahidin. In questi contesti regionali è tuttora in corso una feroce competizione, sia sul livello operativo sia in ambito ideologico, tra le filiali di al Qaeda e dello Stato Islamico.
Ciononostante, al Qaeda può contare oggi su un network ormai ben strutturato e radicato nelle regioni dove il gruppo opera. La strategia di delocalizzazione sta dando risultati particolarmente positivi nel Sahel, dove l’affiliata di al Qaeda, JNIM, intercettando le istanze delle comunità fulani e tuareg, è riuscita a minare la legittimità delle istituzioni statuali, ritagliandosi ampi margini operativi in tutta la regione.
Al Qaeda inoltre, in alcuni paesi dove è presente ma non può contare su una solida capacità operativa, sta assumendo una retorica meno radicale, con il fine di proseguire l’opera di avvicinamento con le istanze delle popolazioni locali e di porsi come attore di riferimento in contrapposizione all’estremismo dello Stato Islamico. Emblematiche, in questo senso, sono le recenti dichiarazioni rilasciate da al Qaeda nel Maghreb Islamico, che invitano la popolazione a manifestare contro i regimi autoritari in Sudan, Tunisia e Algeria senza ricorrere a violenze di alcun tipo, per non favorire poi una reazione ancora più violenta da parte dei regimi che si intende rovesciare.

LA LEADERSHIP CENTRALE E L’AGENDA INTERNAZIONALE:
Decimato dall’intervento statunitense in Afghanistan e successivamente dai raid aerei che hanno colpito i primi esuli dell’organizzazione fuggiti in Yemen, Somalia e Pakistan, il rimanente nucleo storico di al Qaeda si è concentrato soprattutto nell’opera di delocalizzazione del gruppo. I miliziani sfuggiti alle prime rappresaglie statunitensi e dei loro alleati, hanno contribuito alla nascita delle varie filiali locali di al Qaeda, sfruttando da una parte le esperienze acquisite nei campi di addestramento in Afghanistan e, dall’altra, i contatti personali nei loro paesi di origine. Da allora, lasciando alle varie filiali locali del gruppo un ampio margine di autonomia operativa, la leadership centrale di al Qaeda si è occupata esclusivamente di favorire supporto ideologico, dottrinale, e talvolta logistico, alle emanazioni regionali dell’organizzazione, rimanendo sempre al riparo nella regione al confine tra Pakistan e Afghanistan. In questo contesto, la leadership centrale di al Qaeda ha sfruttato la propria alleanza d’interesse con l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, fornendo in cambio addestramento e legittimazione ideologica.
Attualmente, la leadership centrale del gruppo concentra le proprie attenzioni, così come la sua presenza, in due paesi: l’Afghanistan e la Siria.
Nel primo scenario, al Qaeda è notevolmente preoccupata dallo stata avanzato delle trattative tra l’Emirato Islamico e l’amministrazione USA. Il timore di al Qaeda è che l’Afghanistan possa cessare di essere un safe haven per il gruppo, qualora tale accordo dovesse concretizzarsi con la promessa, da parte dei Taliban, di svolgere operazioni anti-terrorismo contro le organizzazioni jihadiste internazionali presenti nel paese. Per minare tali trattative, al Qaeda sta fornendo, da una parte, aiuto logistico e finanziario alle Shure più estremiste dei Taliban, che continuano a colpire anche durante le trattive in corso e, dall’altra, sta pubblicizzando con video e comunicati la solida alleanza tra le due organizzazioni, con il fine di rendere l’Emirato un attore poco credibile agli occhi della comunità internazionale.
In Siria invece, al Qaeda ha inviato molti dei suoi luogotenenti per fronteggiare l’ascesa dello Stato Islamico nel 2014 e la frattura con la sua filale locale, il gruppo Hayat Tahrir al Sham, nel 2017, che ha tagliato pubblicamente i rapporti con la casa madre nel tentativo di porsi come attore più credibile e moderato all’interno del frammentato fronte anti-Assad. In questo contesto, i luogotenenti di al Qaeda hanno riunito in tre gruppi l’ala più estremista fuoriuscita dal gruppo che ha rifiutato la scissione dalla casa madre, dando vita ai gruppi Tanzim Hurras al Din, Ansar al Din e Ansar al Tawhid. Recentemente il CENTCOM, il comando centrale dell’esercito statunitense, ha colpito con dei raid aerei queste tre organizzazioni, ritenute responsabili di progettare attacchi contro gli Stati Uniti e i loro partner all’estero. Tali eventi, di conseguenza, suggerirebbero che le filiali locali di al Qaeda in Siria potrebbero aver ripreso l’agenda internazionale impostagli dalla leadership centrale del gruppo.
Al di fuori di questi due scenari e del Sahel (ove però è molto alto ampio il livello di autonomia delle affiliate), è possibile ipotizzare che il focus della leadership centrale del gruppo possa spostarsi sul sud-est asiatico, dove il gruppo mantiene già uno strutturato network operativo (AQIS) che è pronto a sfruttare le numerose criticità che affliggono le comunità musulmane nel Myanmar, in India e in Cina. La forte crescita della popolazione musulmana nella regione, inoltre, ha reso il sud-est asiatico uno dei bacini di utenza in cui lo Stato Islamico ed al Qaeda si scontrano più ferocemente, dal punto di vista propagandistico, per attrarre più uomini e finanziamenti.