L’uccisione del Generale Qassem Soleimani e le implicazioni per la regione

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2020, gli USA hanno effettuato un raid in prossimità dell’aeroporto di Baghdad contro un convoglio delle Unità di Mobilitazione Popolare (Popular Mobilization Forces – PMU) che scortava una delegazione iraniana. Nel corso dell’azione hanno trovato la morte almeno 5 esponenti delle PMU, tra cui anche Abu Mahdi Al-Muhandis, leader della milizia pro-iraniana Kata’ib Hezbollah, e soprattutto tre iraniani, tra cui il Generale Qassem Soleimani.

Figura 1 – Fotografia del generale Qassem Soleimani in occasione di un funerale di stato.

Quest’ultimo, tra le figure più potenti e influenti non solo in Iran ma in generale nella regione mediorientale, era il comandate delle Forza al-Quds, le forze d’élite del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (Islamic Revolutionary Guard Corps – IRGC) incaricate di svolgere operazioni all’estero, e in quanto tale impegnato soprattutto nella gestione dei vari attori proxy filo-iraniani presenti nella regione. Nella dichiarazione ufficiale rilasciata dal Dipartimento della Difesa USA subito dopo il raid, al Generale Soleimani è stata attribuita la responsabilità di numerosi attacchi, che hanno provocato la morte di centinaia di cittadini americani in Iraq. Già l’8 aprile 2019, Washington aveva annunciato l’inserimento dell’iraniano IRGC nell’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere che minacciano la sicurezza dei cittadini statunitensi e la sicurezza nazionale del Paese. La designazione è fin da subito risultata di particolare rilievo poiché si è trattato del primo caso in cui un’organizzazione parte di un apparato governativo è stata inserita nelle liste dei gruppi terroristici.

Figura 2 – Dichiarazione del Dipartimento della Difesa USA dopo i raid condotti nella notte tra il 2 e il 3 gennaio.

L’uccisione del Generale Soleimani ha rappresentato il culmine di un’escalation iniziata il 27 dicembre 2019 con l’uccisione di un contractor americano in un attacco condotto con razzi contro la base militare irachena K1 a Kirkuk, dove erano ospitate truppe USA. L’azione, non rivendicata, è stata attribuita dall’amministrazione statunitense a elementi sciiti integrati nelle Unità di Mobilitazione Popolare (Popular Mobilization Forces – PMU) irachene e in particolare al gruppo Kata’ib Hezbollah. Il 29 dicembre gli Stati Uniti hanno risposto all’attacco contro la base K1 con una serie di raid aerei condotti nella zona di confine tra Iraq (in particolare nell’area di al-Qaim) e Siria contro obiettivi delle milizie dell’Hezbollah iracheno, provocando la morte di almeno 24 miliziani. Il 31 dicembre i sostenitori del gruppo sciita iracheno hanno manifestato all’interno della Zona Internazionale di Baghdad, facendo irruzione nel complesso dell’ambasciata statunitense e dando alle fiamme le torri di guardia esterne; la situazione è rientrata soltanto quando le forze di sicurezza statunitensi sono intervenute contro i manifestanti tramite l’utilizzo di gas lacrimogeni.

Figura 3 – Proteste nella Zona Internazionale di Baghdad all’interno del complesso dell’Ambasciata USA (31 dicembre 2019).

Il raid americano del 3 gennaio potrebbe segnare l’inizio di una nuova e pericolosa escalation nel generale contesto di scontro tra Washington e Teheran, determinatosi in seguito al ritiro degli USA dall’Accordo sul nucleare iraniano (Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA) deciso nel maggio 2018. Durante tutto il 2019, infatti, le tensioni tra i due attori statali hanno subito ciclici aumenti, concretizzatisi in azioni, anche violente, che hanno interessato soprattutto il territorio iracheno, la zona marittima compresa tra il Golfo Persico e quello di Oman e il territorio saudita.

La decisione di colpire direttamente uno tra gli esponenti più potenti e influenti dello scenario politico e militare iraniano potrebbe segnalare un cambio di strategia da parte dell’amministrazione di Washington. Sebbene, infatti, numerosi siano stati gli attacchi asimmetrici non rivendicati condotti contro interessi americani in territorio iracheno e attribuiti da Washington a proxy iraniane, in nessun caso la risposta dell’amministrazione Trump aveva assunto la forma di un’azione militare diretta contro un esponente di così alto profilo dell’establishment iraniano.

Tale cambio di strategia, oltre a rispondere a esigenze di politica interna statunitense (attualmente condizionata da un processo di impeachment nei confronti del Presidente), si inserisce anche in un contesto mediorientale segnato al momento da importanti e ampi moti di protesta nei paesi dell’arco sciita (Libano e Iraq) e nello stesso Iran. A Beirut così come a Baghdad, negli ultimi mesi la popolazione è scesa in piazza per contestare l’élite al governo, le divisioni istituzionali basate sul confessionalismo e, non ultimo, la stessa influenza iraniana nella vita interna di entrambi i paesi mediorientali. La parziale disaffezione dimostrata dalla popolazione irachena e libanese nei confronti dei leader e dei gruppi sciiti direttamente collegati a Teheran nelle ultime settimane ha probabilmente spinto l’amministrazione USA ad accelerare e inasprire la propria strategia anti-iraniana, nell’intento di poter sfruttare la particolare congiuntura politica creatasi nella regione.

L’uccisione di Soleimani avrà profonde ripercussioni nei rapporti già particolarmente tesi tra Washington e Teheran e, più in generale, in tutta la regione mediorientale. Il rischio di un conflitto convenzionale tra Iran e Stati Uniti appare, al momento, contenuto, mentre è verosimile ipotizzare un aumento dei conflitti a bassa intensità nei paesi ove operano proxy iraniane. Tale approccio strategico appare in linea con la dottrina militare iraniana, la quale almeno a partire dalla fine degli anni Ottanta (dopo l’esperienza della guerra combattuta con l’Iraq di Saddam Hussein) è apparsa sempre meno concentrata sulla possibilità di conflitti convenzionali, soprattutto in ragione degli elevati costi e per l’assenza di alleati statali di particolare rilevanza (con eccezione del regime siriano di Bashar al-Assad), e più incentrata sulla creazione in tutta la regione di una rete transnazionale di attori proxy sciiti in grado di combattere, con vari gradi di abilità e disciplina, in specifici conflitti localizzati.

In un simile contesto strategico le dirette e più immediate conseguenze delle recenti azioni militari statunitensi si avranno in tutti quei paesi della regione collegati a vario modo all’andamento delle tensioni tra Washington-Teheran o dove sono presenti importanti minoranze e milizie sciite collegate all’Iran: Iraq, Libano, Israele, Arabia Saudita, Yemen, Siria, Bahrein, Afghanistan e Pakistan.

Come dimostrato dagli eventi degli ultimi mesi e da quelli più recenti il principale terreno sul quale si giocherà il conflitto indiretto tra Washington e Teheran sarà quello iracheno. L’Iraq rappresenta infatti un teatro fondamentale sia per gli Stati Uniti sia per l’Iran; nessuno dei due attori, dunque, può acconsentire ad una riduzione della propria influenza nel paese. Con ogni probabilità, pertanto, l’Iraq risulterà il paese maggiormente destabilizzato dal conflitto in corso tra Washington e Teheran. Ciò, del resto, avviene in un contesto di particolare debolezza politico-istituzionale di Baghdad, segnato dalle recenti proteste socio-economiche sfociate in ampie violenze, dalle dimissioni del Primo ministro Adel Abdul Mahdi (accettate dal parlamento il 2 dicembre) e dalla precarietà della stessa carica del Presidente Barham Saleh. Nel breve periodo, non solo potrebbe assistersi ad un’intensificazione delle proteste e delle manifestazioni contro la presenza militare statunitense in tutto il paese (in particolare a Baghdad e nel sud, dove si sono registrate finora le principali proteste), ma anche ad una escalation delle azioni militari da parte delle diverse milizie sciite irachene (con il supporto diretto o indiretto di Teheran) contro interessi e personale statunitense, israeliano e più in generale occidentale. Sul piano della sicurezza in territorio iracheno occorre poi segnalare che rimangono possibili ulteriori raid americani contro basi e strutture militari delle PMU e più in generale collegate a Teheran. L’eventuale intensificazione delle azioni aeree da parte degli USA o un eventuale ulteriore rafforzamento della presenza militare in Iraq, d’altro canto, potrebbe portare all’inizio di un vero e proprio nuovo conflitto nel paese tra le milizie sciite e gli USA.

Azioni asimmetriche contro interessi, ambasciate o basi americane appaiono possibili anche in Libano e Arabia Saudita.

Non meno rilevanti le possibili conseguenze negli altri paesi della regione alleati degli USA: nel breve periodo sono ipotizzabili azioni di ritorsione da parte dell’Hezbollah libanese, così come dei gruppi palestinesi supportati a vario titolo dall’Iran (come il Jihad Islamico e Hamas), contro il territorio israeliano. La decisione di Tel Aviv di alzare i livelli di allerta militare nel paese subito dopo l’ufficializzazione della morte di Soleimani, evidenzia la concretezza del rischio di simili azioni di ritorsione contro Israele da parte dei diversi soggetti collegati a Teheran.

Con riferimento al territorio saudita, la minaccia principale deriva da una ripresa delle azioni asimmetriche soprattutto da parte dei ribelli sciiti yemeniti Houthi (con il supporto più o meno diretto di Teheran). In linea con quanto accaduto a settembre 2019, restano possibili anche nuove azioni di alto profilo contro infrastrutture petrolifere, giacimenti e impianti di separazione gas-petrolio e di stabilizzazione, raffinerie, oleodotti e porti.

Non sono da escludere, inoltre, azioni asimmetriche contro navi (soprattutto petroliere) statunitensi o di paesi alleati in tutta la zona marittima ricompresa tra il Golfo Persico e quello dell’Oman.

Potenziali ritorsioni contro l’uccisione del Generale Soleimani da parte degli USA:

  • Azioni asimmetriche da parte di gruppi collegati all’Iran contro interessi americani (ambasciate, strutture militari, ecc.) in Iraq e in altri paesi della regione (soprattutto laddove è più consistente la presenza di minoranze sciite).
  • Aumento delle proteste e delle manifestazioni anche violente soprattutto da parte della popolazione sciita contro strutture americane (ambasciate, sedi militari, ecc.), in particolare sul territorio iracheno.
  • Attacchi contro navi occidentali, saudite o israeliane nel Golfo Persico.
  • Ripresa degli attacchi con droni e missili da parte degli Houthi in territorio saudita.
  • Attacchi di alto profilo contro strutture petrolifere, giacimenti e impianti di separazione gas-petrolio e di stabilizzazione, raffinerie, oleodotti e porti in territorio saudita.
  • Azioni di ritorsione da parte di diversi gruppi (Hezbollah libanese, Jihad Islamico e Hamas) contro Israele, alleato degli USA.
  • Escalation delle violenze in Afghanistan e Yemen.
  • Uccisione di figure di alto profilo dell’amministrazione americana sia in Iraq sia in altri paesi della regione.