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Proteste in Libano: le Dimissioni di Hariri e il Futuro Incerto del Paese

Nelle ultime settimane si è registrato un considerevole aumento della frequenza e dell’intensità di manifestazioni e proteste in tutto il paese, volte a denunciare le difficoltà socio-economiche e la diffusa pratica della corruzione e del clientelismo.

Le principali proteste si sono finora registrate nella capitale, Beirut (ove si sono concentrate in Piazza Riad al-Solh e in Piazza dei Martiri), ma anche in altri centri urbani del paese come Saida, Tiro, Tripoli, Jounieh, Akkar, Chtoura, Jbeil, Aley, Hermel, Baaqline, Kfar Rumman, Jiyye, Batrun, Byblis, Jezzine e le tradizionali roccaforti del movimento Hezbollah Nabatiye e Baalbek. Si tratta del più imponente moto di proteste registratosi nel paese dalla rivoluzione dei cedri del 2005 (con la parziale eccezione per quanto accaduto nel 2015 con la crisi dei rifiuti).

L’esplosione di un tale moto di proteste, così come accaduto contestualmente in altri paesi della regione (su tutti, l’Iraq), è stata motivata dalla condizione di profondo disagio socio-economico in cui versano che ormai da diversi anni ampi settori della popolazione libanese. Negli ultimi anni, infatti, al forte aumento del costo della vita non è corrisposto un contestuale aumento dei salari, la disoccupazione ha raggiunto tassi del 25 % (con picchi del 37% per quella giovanile) e il rapporto debito/PIL è cresciuto in modo esponenziale (è pari a 86 miliardi di dollari, ovvero oltre il 150% del PIL).  

Al progressivo deterioramento delle condizioni socio-economiche le autorità hanno risposto implementando forti misure di austerità che hanno generato ulteriore malcontento tra la popolazione: a giugno, il Parlamento libanese ha approvato la nuova legge di bilancio, improntata su politiche economiche di stampo fortemente restrittivo, nell’intento di salvare l’economica e di consentire l’avvio della concessione dei previsti aiuti internazionali (in particolare, gli 11 miliardi di dollari stanziati nell’ambito del programma di investimento concordato con Stati terzi e organizzazioni internazionali durante la conferenza dei Cedri, tenutasi a Parigi nel 2018). La direzione restrittiva della politica governativa, dunque, ha ulteriormente aggravato il malcontento della popolazione.  

Le forti difficoltà in cui versa il paese sono state recentemente evidenziate dalla cattiva gestione degli incendi che hanno interessato soprattutto le aree a sud e ad est di Beirut, nel distretto dello Shuf e del Metn, a causa dell’inadeguato equipaggiamento dei vigili del fuoco. Inoltre, proprio nei giorni precedenti all’esplodere delle proteste, nel paese si è registrata una grave carenza di dollari statunitensi (l’economia libanese registra un tasso di “dollarizzazione” prossimo al 70%) che ha minacciato di interrompere le forniture di benzina, medicinali e alimenti importati e ha fatto sorgere timori circa una possibile svalutazione della valuta nazionale (con una conseguente perdita di valore di acquisto da parte della popolazione libanese).

Fig. 1: Sayyed Nasrallah, leader di Hezbollah, mette in guardia contro Israele e i complotti internazionali che mirano a sfruttare le proteste in Libano.

Proprio in ragione del precario contesto economico del paese, il 3 settembre 2019, il governo ha decretato lo stato di emergenza economica. Già dalla fine di settembre si erano registrati manifestazioni e scioperi volti a denunciare le precarie condizioni economiche del paese e soprattutto la carenza di dollari. In particolare, l’11 ottobre alcuni manifestanti si erano riuniti davanti al parlamento chiedendo elezioni anticipate. La situazione è esplosa nella notte tra il 17 e il 18 ottobre quando, in seguito all’approvazione di una nuova tassa sulle chiamate tramite le app di messaggistica istantanea (il mezzo più utilizzato nel paese a causa degli alti costi imposti dagli operatori telefonici) e di un aumento dell’IVA (del 2% nel 2021 e di un ulteriore 2% nell’anno successivo, per raggiungere complessivamente il 15% nel 2022), violenti scontri sono scoppiati nella capitale, Beirut, e in altri centri urbani del paese tra i manifestanti e le forze di sicurezza. 

In tale contesto di forte instabilità, il 21 ottobre il governo ha presentato un ampio piano di riforme per tentare di placare le proteste, che prevedeva, tra le altre cose: il dimezzamento degli stipendi di ministri, parlamentari, diplomatici ed ex rappresentanti delle istituzioni; la privatizzazione del settore delle telecomunicazioni; il taglio radicale dei fondi assegnati ai Consigli di Sviluppo (organismi creati nel periodo successivo alla guerra 1975-1990 e che negli anni sono diventati strumenti in mano al sistema clientelare); la creazione di un comitato anticorruzione; una riforma del sistema di diffusione dell’energia elettrica, da anni razionalizzata in molte zone del paese; la partecipazione delle banche al risanamento del disavanzo pubblico per un importo di 5,1 trilioni di sterline libanesi. In termini macroeconomici, il piano mirava a raggiungere un deficit prossimo allo 0% per il 2020 (attualmente il deficit è prossimo all’8%). Tuttavia il pacchetto presentato è apparso fin da subito insufficiente a sedare le proteste, che sono infatti proseguite anche nei giorni successivi, spingendo il premier Hariri a rassegnare le dimissioni il 29 ottobre 2019.

Sebbene in generale le proteste siano particolarmente frequenti in Libano, l’attuale fenomeno di insorgenza socio-politica si distingue profondamente dai precedenti per la sua ampia diffusione geografica, per l’entità dei disordini creati, ma soprattutto per la sua assoluta trasversalità. Fino a questo momento, le proteste sono apparse, infatti, prive di sfumature confessionali e sono state contrassegnate da un’ampia solidarietà tra le diverse comunità e classi sociali. L’aspetto a-confessionale delle manifestazioni è apparso confermato dalla generale contestazione e dal rifiuto da parte della popolazione diretto nei confronti di tutto l’establishment politico dominante (espresso emblematicamente nello slogan usato dai manifestanti “kellon yaani kellon”, “Tutti, significa tutti”), a prescindere dalla confessione e dal partito di appartenenza, e dal contestuale atteggiamento di critica diretto anche verso i propri stessi rappresentanti politico-confessionali.

Dal punto di vista politico, le dimissioni del premier Hariri aprono ad un periodo di forte incertezza in relazione alle prossime fasi della crisi: secondo le prime indicazioni, infatti, potrebbe assistersi alla formazione di un governo tecnico, così come richiesto dai manifestanti, che procedendo ad una revisione della legge elettorale e alle necessarie riforme economiche, dovrebbe portare il paese verso nuove elezioni.

Non si può escludere che sia lo stesso Hariri a riottenere l’incarico di formare un nuovo governo composto da figure tecniche ma, come già emerso negli ultimi giorni, difficilmente il popolo libanese accetterebbe tale soluzione.

Appare, dunque, probabile che l’attuale crisi libanese apra a un nuovo lungo periodo di vacuum istituzionale, aggravato e influenzato dalle dinamiche regionali che vedono nel Libano uno dei principali teatri della “guerra per procura” combattuta da Iran e Arabia Saudita.