Silvia Romano: Storia di un Sequestro

Umberto Saccone ricostruisce la vicenda del sequestro della giovane cooperante italiana interrogandosi su quale sia stata l’effettiva gestione del rischio da parte di chi aveva l’obbligo giuridico, oltre che morale, di provvedervi.

Era il 20 novembre 2018 quando Silvia Romano veniva prelevata con forza da un gruppo di uomini armati di fucili e machete nel poverissimo villaggio di Chakama (contea di Kilifi), a circa ottanta chilometri dalla capitale Nairobi. Lì Silvia, allora 23enne, lavorava come cooperante per la onlus marchigiana Africa Milele. All’epoca sulla homepage dell’Associazione di volontariato si poteva leggere: “non ci sono parole per commentare quello che sta accadendo”, in riferimento al sequestro della giovane cooperante. E’ vero, non c’erano e non ci sono ancora oggi parole per la genericità del commento ma più che altro per le parole della Presidente della Onlus marchigiana, Lilian Sora, la quale, secondo diverse fonti di stampa, avrebbe semplificato la vicenda sostenendo che il sequestro sarebbe avvenuto in “un’area tranquilla, un centro rurale in mezzo alla foresta”. Le affermazioni della Presidente sono subito apparse inquietanti e sottolineano l’approssimazione con la quale, purtroppo, ancora oggi molte associazioni si muovono, generando rischi per i nostri ragazzi i quali, spinti da spirito umanitario, danno tutto loro stessi certi che le loro organizzazioni sappiano muoversi sul terreno garantendo i necessari standard di sicurezza. Anche Silvia, forse, “a modo suo voleva aiutarli a casa loro”. Umanità, solidarietà, presenza, fratellanza, dialogo, cooperazione sono e devono continuare ad essere pilastri per questa generazione del fare. Quello che la Presidente avrebbe invece dovuto sapere, prima di rilasciare determinate dichiarazioni e prima di cadere subito dopo in un silenzio assordante, è che in Kenya gli operatori umanitari sono esposti a rischi molteplici e di diversa natura. In termini comparativi, rispetto al contesto regionale ed escludendo Somalia e Sud Sudan, tra il 2000 e il 2017 ben 49 cooperanti sono stati coinvolti in attività a danno della loro sicurezza. Inoltre, sebbene nella contea di Kilifi non vi siano stati, nel recente passato, attacchi significativi ai danni di operatori umanitari o, più in generale, di stranieri, è risultato perlomeno azzardato dichiarare che si tratta di un’area sicura. La regione costiera del Kenya, di cui Kilifi fa parte, è infatti storicamente interessata da dinamiche sociali complesse (religiose, etniche, politiche) che in passato hanno già catalizzato episodi di violenza. L’area è inoltre interessata dalle attività di proselitismo dei gruppi islamisti, che sfruttando abilmente le suddette dinamiche radicalizzano i giovani musulmani del luogo. Più in generale, significative porzioni del territorio keniano ancora oggi, dopo la liberazione, risultano caratterizzate da condizioni di sicurezza fortemente precarie, favorite da un contesto sociale e politico complessivamente instabile. Ed era il 9 maggio 2020 quando Silvia è stata presa in custodia dagli uomini dell’Aise, la nostra intelligence estera, e riportata a casa. Lilian Sora, presidente della Onlus “Africa Milele”, con la quale collaborava Silvia Romano, ha raccontato al quotidiano “il Giorno” il suo sollievo, dopo un anno e mezzo di angoscia, per le sorti della volontaria rapita e ha confidato ai giornalisti di aver avuto sogni premonitori della liberazione della giovane; in un’altra intervista a Vanity Fair la stessa Sora sostiene l’imprevedibilità dell’evento avvenuto a Silvia, ritenuto “l’estremo dell’estremo”. Malgrado ciò, non sarebbe stato necessario alla Lilian Sora ricorrere ad arti oniriche per apprendere degli obblighi a carico della sua Onlus, nei confronti di Silvia Romano, ai sensi della normativa italiana in materia di sicurezza sul lavoro. Né la qualifica di volontaria della vittima potrebbe esimere la Onlus dalle proprie eventuali responsabilità datoriali: in tal senso il D.lgs. 81/08, Art. 3 comma 12-bis prevede che nei confronti dei volontari si applicano le disposizioni relative ai lavoratori autonomi; tale previsione è stata dettagliata dalla Commissione degli interpelli , secondo cui qualora i volontari svolgano la loro “prestazione nell’ambito di un’organizzazione di un datore di lavoro, questi è tenuto a fornire al soggetto dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti negli ambienti nei quali è chiamato ad operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate in relazione alla sua attività. Egli è altresì tenuto ad adottare le misure utili a eliminare o, ove ciò non sia possibile, a ridurre al minimo i rischi da interferenze tra la prestazione del soggetto e altre attività che si svolgano nell’ambito della medesima organizzazione”. Né le doti premonitorie sarebbero state necessarie alla Sora per conoscere l’obbligo datoriale di carattere civile e penale in capo alle Onlus, ai sensi del combinato disposto dagli artt. 2087 del Codice Civile, 28 del D.lgs. 81/2008 e 40 del Codice Penale, di garantire la sicurezza ai propri associati e volontari durante le attività svolte in relazione alla conoscibilità di un pericolo evidente in un’area geografica del mondo in cui un rapimento è tutt’altro che l’estremo dell’estremo. Adesso toccherà al PM di Roma Sergio Colaiocco valutare se il rapimento della cooperante è attribuibile anche ad eventuali negligenze della Onlus che ha omesso di adottare tutte le cautele necessarie normativamente previste. Stesse omissioni che il magistrato non ha mancato di rilevare per i vertici della Bonatti, coinvolti nel sequestro di quattro tecnici in Libia, per i quali ha recentemente ottenuto una severa condanna. Nel romanzo distopico “1984” di Orwell, si domanda al protagonista Winston Smith come un uomo riesca ad esercitare davvero il potere su un altro uomo. La risposta di Smith è eloquente: “Facendolo soffrire”.
Ci auguriamo ardentemente che la ragazza non abbia sofferto. Solo in un prossimo futuro forse riusciremo a sapere se e quale potere sia stato esercitato sulla sua giovane psiche. Sappiamo che la relazione tra sequestratori e sequestrati può avere un diverso grado di intensità e si può arrivare da una condivisione continua degli spazi di vita a casi in cui i contatti sono sporadici e limitati al soddisfacimento dei basilari bisogni fisiologici, quali nutrizione e idratazione. L’ostaggio è in una situazione di debolezza in quanto il suo futuro dipende completamente dalla volontà dei sequestratori; loro sono gli unici a potergli garantire sopravvivenza e incolumità. La reazione psico-emotiva della vittima al rapimento generalmente si sviluppa in due fasi: regressione e immedesimazione. Molti ostaggi manifestano una sorta di regressione caratteriale che gli serve per adeguarsi alla condizione di totale dipendenza da un altro soggetto, del quale subiscono l’autorità. La vittima si sente spersonalizzata, viene trattata alla stregua di un oggetto del quale il sequestratore può disporre a proprio piacimento e percepisce il venir meno della propria identità. La fase che segue quella della regressione, è quella dell’identificazione. L’ostaggio nella sua condizione di impotenza, ha bisogno di punti fermi. Vorrebbe reagire ma non può, pertanto a livello inconscio attua un meccanismo che lo faccia sentire meno inerme. Tale meccanismo lo porta ad identificarsi con il rapitore e condividerne i valori. Immedesimarsi nella parte forte del rapporto lo fa sentire meno impotente.