Sri Lanka: analisi degli attacchi e possibili scenari di breve e medio periodo

OVERVIEW

La mattina del 21 aprile 2019, in concomitanza con le celebrazioni di Pasqua, sono stati compiuti in Sri Lanka otto attentati coordinati contro hotel e chiese nella capitale Colombo e nelle località di Baticaloa, Negombo e Kochchikade. La violenza degli attacchi si è riflessa nel tragico bilancio delle vittime registrate dalle autorità: almeno 321 morti (di cui 39 cittadini stranieri) e oltre 500 feriti. L’attentato è stato rivendicato dallo Stato Islamico, che avrebbe operato attraverso una piccola compagine jihadista locale, il gruppo National Thowheeth Jama’ath.

Figura 1: Localizzazione degli attentati in Sri Lanka del 21 aprile 2019. Fonte: AFP

Il Presidente Maithripala Sirisena ha decretato lo stato d’emergenza nazionale, concedendo poteri di polizia all’Esercito.

Nel Paese è stato imposto un coprifuoco dalle 20.00 alle 04.00 fino al 24 aprile, ma potrebbe venire esteso fino a data da destinarsi. Le autorità hanno preso la decisione di oscurare temporaneamente i principali social media network per limitare la diffusione di informazioni erronee e contenuti audiovisivi violenti ripresi durante gli attentati.

Gli attentati hanno preso di mira sia Chiese cristiane, dove si stavano celebrando le funzioni religiose legate alle festività di Pasqua, sia hotel internazionali, ove si concentra la presenza di stranieri.

La prima ondata di attacchi si è consumata nell’arco di pochi minuti tra le 08.45 e le 09.05 (ora locale) del 21 aprile. Sei esplosioni coordinate hanno interessato tre hotel nella capitale Colombo (Kingsbury Hotel, Cinnamon Grand Hotel e Shangri-La Hotel); le bombe sarebbero state detonate nei pressi dei bar e delle sale ristoranti delle strutture durante l’orario della colazione. Le altre tre esplosioni hanno invece colpito edifici religiosi cristiani durante la celebrazione delle festività pasquali: la Chiesa di Sant’Antonio nel distretto di Kochchikade (Colombo), la Chiesa di San Sebastiano (Negombo, a nord della capitale) e la Chiesa Sionista Romana a Batticaloa (sulla costa orientale del Paese). Alle 13.45 invece la settima esplosione è avvenuta presso la struttura ricettiva New Tropical Inn a Dehiwela (a sud di Colombo), in prossimità dello zoo cittadino. L’ultimo episodio si è registrato all’incirca alle 14.40, a Dematagoda (sobborgo di Colombo): la polizia ha fatto irruzione nell’abitazione di un sospetto, ma durante l’operazione sono esplosi due ordigni che hanno provocato la morte di tre agenti. Il 22 aprile gli artificieri hanno poi rinvenuto un altro ordigno nei pressi della Chiesa di San Antonio, mentre le forze di sicurezza hanno ritrovato 87 detonatori presso la principale stazione di autobus della capitale, Pettah.

Figura 2: Cronologia degli attacchi perpetrati da IS

Complessivamente, gli attacchi hanno provocato, secondo le stime attuali, 321 morti e oltre 500 feriti. Tra le vittime figurano 39 cittadini stranieri (di cui almeno 20 morti a Colombo) di diverse nazionalità: Stati Uniti, Regno Unito, Turchia, Giappone, Paesi Bassi, Cina, Portogallo, Australia e India.

Il governo ha attribuito la responsabilità degli attacchi al gruppo terroristico di matrice jihadista ‘National Thowheeth Jama’ath’ (NTJ – Organizzazione Monoteistica Nazionale), piccola compagine d’insorgenza locale. Tuttavia, la complessità degli attacchi ha sin da subito confortato l’ipotesi del coinvolgimento, diretto o indiretto, di un’organizzazione transnazionale maggiormente strutturata.

Il 23 aprile, due giorni dopo la serie di attacchi, lo Stato Islamico (Islamic State – IS) ha rivendicato l’azione attraverso la sua agenzia stampa, fornendo dettagli sui responsabili dell’attentato (il più letale mai rivendicato dall’organizzazione). Già in passato il gruppo terroristico aveva ritardato la propria rivendicazione per non compromettere l’operatività delle cellule ancora attive sul terreno.

Figura 3: Comunicato ufficiale di IS.

D’altronde, appare difficile ipotizzare che un piccolo gruppo come il NTJ, noto alle cronache principalmente per il danneggiamento di alcune statue buddhiste, disponga delle capacità operative per pianificare attentati di tale portata e con un tale livello di coordinamento. Il gruppo fonda la sua ragion d’essere nella diffusione del jihadismo in Sri Lanka (dove risiede una minoranza musulmana che rappresenta circa l’8% della popolazione) con l’obiettivo di alimentare l’insicurezza sociale e la divisione etnico-religiosa in un Paese già colpito da violenze settarie ed etniche. Uno dei suoi leader fu arrestato nel novembre 2016 per “incitamento alla disarmonia religiosa”, ma al di fuori di tale episodio non risultano eventi degni di nota legati all’attività terroristica del gruppo. Gli attentatori del NTJ possono aver detonato autonomamente i dispositivi che indossavano, ma il compimento di una serie di attentati suicidi contro sette (o più) obiettivi implica mesi di pianificazione e significative capacità tecniche e logistiche.

A tale proposito, il 28 gennaio 2019 le autorità avevano sequestrato un ingente quantitativo di esplosivo in un compound periferico a Wanathawilluwa, successivamente inquadrato come un centro di addestramento dell’IS; in tale occasione, i target presunti sarebbero stati alcuni siti archeologici buddhisti nell’antica città di Anuradhapura. Nel corso del sequestro era stato arrestato un imam, che aveva confessato l’esistenza di canali diretti con l’IS.

La presenza dello Stato Islamico in territorio singalese era stata già confermata nel 2016 dal Ministero della Giustizia, che aveva reso noto di essere a conoscenza di 32 cittadini musulmani recatisi in Siria per unirsi all’IS. Oltre al rischio legato ai foreign fighter di ritorno dai teatri di guerra mediorientali, nella nota del Ministero, legata a informazioni ricevute da fonti di intelligence estera, si palesava la preoccupazione per l’afflusso nel Paese di cittadini stranieri che, ottenuto il visto turistico, partecipavano a seminari nelle scuole musulmane incitanti all’odio e all’estremismo religioso. Attualmente il Criminal Investigation Department (CID) singalese monitorerebbe oltre cinquanta individui radicalizzati, sospettati di avere legami o di simpatizzare con lo Stato Islamico.

Il 23 aprile il ministro della Difesa ha riferito in Parlamento, spiegando che le indagini preliminari lascerebbero intendere che gli attacchi sarebbero stati compiuti come ritorsione per gli attentati di Christchurch (Nuova Zelanda), riferendosi alla strage contro due moschee neozelandesi avvenuta lo scorso 15 marzo, nella quale sono morti 50 fedeli musulmani. La successiva rivendicazione dell’IS non contiene riferimenti agli attentati di Christchurch, mentre tale legame è stato ampiamente citato da sostenitori e simpatizzanti dello Stato Islamico sui canali media e social affiliati al Califfato.

In linea generale, è da rilevare come negli ultimi mesi si sia assistito a una tendenziale recrudescenza delle tensioni inter-religiose, anche a causa di una crescente attività di gruppi buddhisti di stampo nazionalista ed estremista. A marzo 2018 alcune di queste organizzazioni (tra cui spicca Bodu Bala Sena – BBS, legata ad ambienti politici di estrema destra) hanno danneggiato una moschea e alcune attività commerciali di proprietà di cittadini musulmani nel distretto di Kandy. Gli episodi hanno alimentato tensioni e scontri tra le due comunità, suscitando clamore in tutto il Paese e spingendo il governo a dichiarare lo stato d’emergenza (rimasto in vigore per circa due settimane). Parte dell’aspro confronto religioso è causalmente riconducibile alla diffusione, nel 2018, di notizie false e cospirazioniste su episodi di intolleranza e violenza perpetrati dalla comunità musulmana a danno della maggioranza buddhista. Tali notizie si sono diffuse sui social network in modo incontrollato, alimentando le tensioni silenti ma ancora presenti (in alcuni casi, si accusavano i fedeli musulmani di aver avvelenato un villaggio allo scopo di rendere sterili i cittadini buddhisti). È questa una delle ragioni per cui l’Esecutivo singalese ha deciso la temporanea sospensione dei social network a livello nazionale.

Non mancano poi le accuse avanzate dalla comunità cristiana singalese. Secondo i dati della National Christian Evangelical Alliance of Sri Lanka (NCEASL), che rappresenta 200 tra chiese e organizzazioni cristiane nel Paese, nel 2018 sarebbero stati registrati 86 incidenti verificabili di discriminazione, intimidazione e violenza nei confronti di fedeli cristiani. Dall’inizio del 2019 sono stati segnalati 26 casi (l’ultimo il 25 marzo), mentre nel 2017 gli episodi erano stati oltre 95.

Va ricordato che dal 1983 al 2009 lo Sri Lanka è stato interessato da una guerra civile tra il governo e l’Esercito singalese e le tigri Tamil, gruppo di insorgenza separatista presente principalmente nel nord del Paese. L’etnia singalese, maggioritaria, è a maggioranza buddhista e presenta un’affiliazione religiosa di stampo conservatrice. I Tamil invece sono un gruppo etnico minoritario a maggioranza induista, concentrato nella parte settentrionale dell’isola. Le altre principali confessioni religiose – cristiani e musulmani – sono presenti in diverse parti del territorio nazionale, anche se concentrate rispettivamente una sulla costa occidentale e l’altra su quella orientale. La pace raggiunta nel 2009 è precaria ed è plausibile affermare che è interesse degli estremisti riaccendere le tensioni settarie.

Foto 4: Guerra civile del 1983 – 2009.

LE FALLE NEL SISTEMA DI SICUREZZA

Gli attacchi del 21 aprile hanno evidenziato una gestione fallimentare delle informazioni di intelligence da parte di istituzioni e governo, aggravata dall’entità degli attentati successivamente verificatisi.

Lo scorso 4 aprile i servizi di intelligence di India e Stati Uniti avevano allertato lo Sri Lanka sul rischio di possibili attacchi su vasta scala contro obiettivi religiosi. In una nota informativa redatta da un alto funzionario della polizia singalese, che citava fonti di intelligence straniere, si faceva esplicito riferimento al gruppo National Tawheed Jamaath (NTJ). L’11 aprile un nuovo rapporto diffuso dall’intelligence e rivolto ad alcune strutture operative dislocate sul territorio ribadiva l’esistenza di una minaccia concreta ed imminente senza però comportare un’intensificazione delle misure di sicurezza. I numerosi arresti effettuati nei due giorni successivi agli attacchi indicherebbero, inoltre, che l’intelligence dello Sri Lanka fosse a conoscenza dei sospetti e dei loro indirizzi di residenza. Il governo ha ammesso di aver fallito nell’attività di prevenzione, nonostante le informazioni circolate internamente circa il rischio di attentati.

Il premier Ranil Wickremesinghe ha reso noto che il gabinetto di governo non è stato informato preventivamente su tali informazioni di intelligence, ed è stata avviata un’indagine interna per chiarire dove ha fallito il sistema di coordinamento e comunicazione tra istituzioni e agenzie di sicurezza del Paese.

Gli attentati hanno così nuovamente alimentato le tensioni tra Wickremesinghe e il Presidente Maithripala Sirisena, a cui fa capo l’agenzia di intelligence nazionale. La vicenda potrebbe dar luogo a nuove recriminazioni politiche tra i due centri di potere del Paese, considerando anche le elezioni legislative previste per il 9 dicembre 2019. A esse faranno seguito quelle presidenziali, con il mandato di Sirisena in scadenza il 9 gennaio 2020. Tra ottobre e dicembre 2018 lo scontro tra i due uomini politici aveva causato un’impasse istituzionale, risolta solamente con l’intervento della Corte Costituzionale. A fine ottobre Sirisena aveva rimosso dall’incarico Wickremsinghe per sostituirlo con l’ex presidente e rivale Rajapaksa. Il premier legittimo, avallato successivamente anche dalle pronunce in suo favore della Corte Suprema, ha mantenuto però il sostegno del Parlamento, che per ben due volte ha votato la sfiducia nei confronti di Rajapaksa.

POSSIBILI SCENARI DI BREVE-MEDIO TERMINE E CONTESTO REGIONALE

Tra i principali rischi in cui incorre lo Sri Lanka nel breve periodo vi è sicuramente quello di una recrudescenza delle tensioni fra la maggioranza buddhista e la minoranza islamica. Le fratture religiose potrebbero, infatti, sfociare in ritorsioni contro la comunità musulmana tamil, con possibili ripercussioni sulla tenuta dell’accordo di pace raggiunto nel 2009.

Sebbene tale scenario risulti al momento solo residuale, sono invece ipotizzabili scontri di basso profilo tra comunità afferenti a diverse affiliazioni religiose (soprattutto nelle aree remote e periferiche), oltre che una generale destabilizzazione del quadro politico.

Lo stato d’emergenza, il coprifuoco e l’allerta terrorismo ai massimi livelli dovrebbero contribuire a mitigare, nel breve periodo, il rischio di ulteriori attentati sul territorio. Tuttavia, considerate le gravi lacune che le forze di sicurezza hanno dimostrato in termini di prevenzione, tale ipotesi non può essere esclusa a priori. Gli arresti effettuati nei due giorni successivi agli attacchi, inoltre, hanno evidenziato l’esistenza di una rete terroristica capillare; pertanto, non si può trascurare la possibilità che altre cellule dormienti con capacità logistiche e operative al momento non quantificabili siano presenti nel Paese.

Non si può escludere, inoltre, che i militanti presenti sul territorio dello Sri Lanka mantengano legami e supporti con gruppi terroristici di matrice islamica presenti nel più ampio contesto asiatico, che sta sperimentando una fase di crescente rischio terroristico.

Il target degli attacchi del 21 aprile si lega alle recenti attività terroristiche dell’IS in Asia – dove la presenza operativa del gruppo appare in aumento – in Medio Oriente e Nord Africa. A gennaio 2019, lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato presso la Cattedrale di Jolo (Filippine), che ha causato oltre 20 vittime, sempre durante una funzione religiosa. A maggio 2018, invece, il Califfato aveva rivendicato gli attacchi contro tre chiese in Indonesia, che avevano causato complessivamente 28 vittime. In Egitto invece, durante la Domenica delle Palme (festività cristiana che dà avvio alla Settimana Santa) nel 2017, un attacco dell’IS presso due chiese provocò la morte di almeno 49 persone.

In ambito regionale, oltre a Filippine, Indonesia, India, Pakistan e, in misura minore, Malaysia e Singapore, desta preoccupazione il quadro di sicurezza delle Maldive, Paese che offre un contesto ideale per la radicalizzazione: povertà diffusa, corruzione endemica, mancanza di fiducia nell’apparato statale oltre a una presenza costante di stranieri, con impatti a livello culturale e religioso. Anche la distribuzione geografica del territorio (numerose isole, spesso remote e scarsamente controllate) rappresenta un ottima base logistica per l’attività terroristica.

Secondo fonti del governo delle Maldive il numero dei residenti che si sono uniti ai gruppi jihadisti in Siria e Iraq è stimato tra le 50-100 unità (200 secondo altre fonti); di conseguenza, l’arcipelago sarebbe il Paese con il più alto numero di foreign fighters al mondo in rapporto alla popolazione.  L’ultimo rapporto sul terrorismo del Dipartimento di Stato americano sottolinea, inoltre, l’inadeguatezza della legislazione delle Maldive in materia di contrasto al finanziamento al terrorismo. Tali lacune sono state evidenziate anche dall’apparato di sicurezza indiano, secondo il quale le Maldive verrebbero utilizzate come snodo di transito per il finanziamento dei gruppi terroristici attivi nella regione asiatica e pacifica.

Il rischio, per quanto riguarda l’arcipelago, è che il conservatorismo tipico del Sunnismo maldiviano (numerosi gli afferenti alla corrente wahabita) renda le isole un riferimento logistico per il terrorismo nel Subcontinente indiano e, in generale nell’area dell’Oceano Indiano e nel Sud Est Asiatico.